Con una pronuncia di 60 pagine depositata nella giornata di ieri, le Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione hanno rigettato i ricorsi presentati da Ilva in Amministrazione Straordinaria e Acciaierie d’Italia in AS, confermando in via definitiva il decreto con cui la Corte d’Appello di Milano aveva disposto la cessazione dell’attività produttiva nell’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto.
Al centro delle motivazioni dei giudici supremi vi è il principio di supremazia della tutela della salute umana e dell’ambiente sui ritmi della produzione industriale. Come ribadito nella sentenza, fondata sugli orientamenti della Corte di Giustizia dell’Unione Europea e sugli articoli 9, 32 e 41 della Costituzione italiana, la prosecuzione dell’attività degli altiforni, delle cokerie e delle acciaierie rappresentava un rischio concreto per la popolazione a causa delle emissioni di polveri sottili (PM10 e PM2.5) e della presenza di 2.140 tonnellate di amianto all’interno dei cowpers. La Corte ha chiarito che il diritto al lavoro deve svolgersi in condizioni di sicurezza e salubrità e non può mai porsi in contrapposizione irrisolvibile con la salute collettiva.
Le reazioni del mondo politico locale e delle parti sociali
La pronuncia della Suprema Corte ha suscitato reazioni contrastanti ma profonde in tutto il panorama istituzionale e sociale del territorio jonico e della Puglia:
Istituzioni locali ed ecologiste: L’avvocatura e i comitati dei cittadini, tra cui l’associazione Genitori Tarantini, che hanno sostenuto l’iter legale da Milano a Lussemburgo fino a Roma, hanno accolto la pronuncia come un “giorno di liberazione”, parlando di una vittoria storica dopo sei decenni di impatto ambientale del centro siderurgico. Sulla stessa linea, le forze ambientaliste territoriali e l’eurodeputato Antonio Decaro hanno ribadito che “la salute non è negoziabile” e che la politica ha il dovere improrogabile di passare immediatamente alle fasi di bonifica e riconversione sostenibile dell’area.
Sindacati e lavoratori: Dai sindacati confederali e autonomi (con in prima linea la rappresentanza USB) si leva un grido d’allarme per la stabilità occupazionale. Pur prendendo atto che la sentenza restituisce dignità al diritto alla salute dei cittadini, i rappresentanti dei lavoratori sottolineano l’urgente necessità di salvaguardare oltre 4.000 dipendenti diretti, dell’otto di cassa integrazione e dell’intero indotto industriale tra Taranto, Genova e Novi Ligure. È stato espresso forte scetticismo per la lentezza della politica nel predisporre un vero piano alternativo d’impiego per le maestranze.
- Domenico De Santis (Pd): “La decisione della Corte di Cassazione sull’ex Ilva segna in maniera netta un principio inderogabile: non vi può e non vi deve essere alcun conflitto fra tutela della salute, del lavoro e dell’ambiente. Le sentenze si rispettano e il tempo dei ricatti è finito ma ne deve cominciare un altro, quello delle bonifiche e di una industrializzazione nuova, figlia di questa visione. Taranto, la sua comunità e i lavoratori dell’ex Ilva hanno pagato un conto altissimo per lo sviluppo industriale del Paese e lo Stato ora deve intervenire. Taranto non può essere abbandonata e neppure il futuro industriale dell’Italia, che dipende da quello stabilimento e dagli altri siti del gruppo. La Regione Puglia è pronta a fare la sua parte ma è necessario avere un piano, una regia e dare certezze alle migliaia di lavoratori e alle loro famiglie. È il tempo di agire il cambiamento, non è più possibile né sopportabile un atteggiamento attendista”.
- Annagrazia Angolano (M5S): “Serve una linea politica chiara. Il Governo deve fornire risposte ai tarantini e intraprendere la strada della riconversione economica e sociale, con una piena tutela dei lavoratori e dell’indotto. Un percorso già intrapreso in altre realtà europee come Lodz in Polonia o Bilbao in Spagna, ma anche in Francia e Germania, dove si è scelto di investire in innovazione e tecnologie green per trasformare profonde crisi industriali in opportunità di sviluppo sostenibile. Dobbiamo garantire i livelli occupazionali anche attraverso percorsi di riqualificazione professionale. Chiusura dell’area a caldo, bonifiche, messa in sicurezza ambientale, diritto alla salute e salvaguardia occupazionale sono punti non più rinviabili”.
- Valter Quercioli, Presidente di Federmanager: “La Cassazione si è pronunciata. Ora il Governo deve chiarire come intende salvaguardare un patrimonio industriale strategico per il Paese. La decisione della magistratura non può diventare la pietra tombale sulla siderurgia primaria italiana. Il rischio è che, insieme alla capacità nazionale di produrre acciaio primario, l’Italia perda un pezzo fondamentale della propria autonomia industriale, con conseguenze gravissime per l’occupazione e per l’intera filiera manifatturiera”. “Un impianto si può fermare, ma ricostruire una filiera industriale e il suo patrimonio di competenze è tutt’altra cosa. Occorre agire prima che la perdita di capacità produttiva e di professionalità diventi irreversibile. Il Governo assuma decisioni tempestive, coinvolgendo tutte le parti interessate e garantendo che la tutela dell’occupazione, a ogni livello, sia parte integrante delle soluzioni individuate. L’Italia non può permettersi di rinunciare al proprio futuro siderurgico”.
- Antonio Decaro (Regione Puglia): “La sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione chiude un lungo percorso giudiziario e fissa un punto fermo: la salute di una comunità e la sicurezza di chi lavora non possono essere sacrificate a nessuna ragione produttiva. La Corte afferma con chiarezza che salute e lavoro non vanno contrapposti, perché il lavoro da tutelare è un lavoro salubre e sicuro. È un principio che condividiamo e che deve orientare ogni scelta da qui in avanti”.
Cosa accade ora all’impianto di Taranto
Il rigetto del ricorso rende immediatamente esecutivo il provvedimento di fermata dell’area a caldo. Spetta ora ai commissari straordinari di Acciaierie d’Italia e Ilva pianificare le complesse procedure tecniche per la messa in sicurezza e lo spegnimento definitivo degli altiforni:
Procedura di spegnimento e drenaggio della “salamandra”: Lo spegnimento di un altoforno non è un processo immediato. Verranno avviate le fasi di svuotamento dei reattori e l’innalzamento controllato della temperatura per consentire la fuoriuscita dello strato residuo di ghisa liquida sul fondo (la cosiddetta salamandra). Una volta raffreddati del tutto, questi impianti non potranno più essere riaccesi.
Decontaminazione e rimozione dell’amianto: Gli interventi si sposteranno sulla messa in sicurezza delle strutture isolanti dei cowpers e sulle bonifiche primarie di cokerie ed agglomerati, per impedire dispersioni nell’aria di fibre nocive o inquinanti.
Piani operativi governativi: Con l’area a caldo definitivamente fuori servizio, il Governo sarà chiamato a decidere se accelerare verso progetti di riconversione green (attraverso la sola preriduzione di ferro – DRI e forni elettrici alimentati a fonti rinnovabili) o destinare la totalità dell’area urbana alla riconversione economica, impiegando le tutele di cassa integrazione e ricollocando la manodopera nelle monumentali opere di bonifica del perimetro industriale.












