La grandezza di un artista si misura dalla sua vita: quanto più appariscente e iconica é la sua immagine pubblica tanto più enigmatica e indecifrabile deve essere la sua sfera privata. 24 anni fa Freddie Mercury spiazzò, in parte, il mondo dichiarando pubblicamente di aver contratto il virus del HIV. Il giorno dopo, il 24 novembre 1991, i fans dei Queen non avevano ancora metabolizzato la notizia della malattia del loro idolo quando giunse la notizia della sua morte.
Quello che gli addetti alla musica avevano intuito da qualche anno (la band non si esibiva dal vivo da 5 anni, cosa inusuale per chi aveva costruito buona parte della propria carriera sui live) era diventato realtà con una velocità deflagrante di annunci, come un destro-sinistro da KO. Quel Freddie che saltellava sui palchi, che ancheggiava a torso nudo e si copriva con un mantello regale con tanto di corona, aveva nascosto fino all’ultimo giorno la sua fragilità fisica, come per dire a tutti noi “ricordatemi sempre come quell’animale da palcoscenico che avete sempre amato”. Quasi un ultimo colpo di scena di un istrione unico e inimitabile, che aveva votato la sua esistenza alla musica arrivando a incidere canzoni e girare video fino a quando le forze ancora gli consentivano di restare in piedi.
Basta guardare tre videoclip di altrettante canzoni tratte da “Innuendo“: “These are the days of our lives” mostra un Mercury con un viso privo dei suoi leggendari baffi, un pò smunto, il corpo magro incorniciato dal bianco e nero. Quello stesso bianco e nero che esalta definitivamente la devastante malattia che l’aveva colpito nel video successivo, “I’m going slightly mad“, dove compare scheletrico (per stessa ammissione di Brian May, Mercury soffrì molto durante le riprese ma era più forte la sua forza di volontà). “Innuendo” è quasi un video testamento con un collage dei precedenti video dei Queen graffitati. Qualsiasi occhio non attento poteva cogliere gli indizi che qualcosa stava per accadere ma nessuno ha mai voluto dire quello che pensava, forse per paura o forse per non voler ammettere che nessuno é immortale.
Così, Mercury se ne andò con una discrezione inversamente proporzionale allo tsunami emotivo a livello mondiale paragonabile solo alla morte di John Lennon o a quella di Elvis. Da quel momento, l’opera dei Queen è divenuta una sorta di eredità per il mondo della musica. Si è cominciato subito a scavare in ogni album precedente, andando oltre ai pezzi memorabili come “Bohemian Rhapsody” o “Under Pressure”, riuscendo anche nella titanica impresa di rivalutare album, francamente scadenti, come “Hot Space” o “News of the world”, ma anche a riportare alla ribalta pezzi meravigliosi come “Now I’m nere” o “Death in two legs”, fino ad allora non noti al grande pubblico.
Emerse una figura più completa del Mercury musicista, sua e del resto della band ovviamente, qualcosa che spaziava dal rock più duro alle sonorità più dolci ed acustiche di “’39”, forse un’analisi un pò tardiva del fenomeno Queen ma certamente apprezzabile.
Una analisi che ha coinvolto anche la vita privata di Mercury, considerato quasi sempre come un simbolo dell’accesso e una delle prime icone dichiaratamente gay del mondo dello spettacolo. Quello che veniva fotografato nelle discoteche con travestiti e paillettes, che parlava pochissimo della sua vita “vera” e si prestava senza alcun timore alle “voci di corridoio” che lo volevano preso in una spirale di eccessi 24 ore su 24. Quello che abbracciava il suo amico fraterno Sir Elton John (che nascondeva la sua omosessualità anche attraverso un matrimonio combinato) e che si vestiva da donna con tanto di minigonna e baffi per passare l’aspirapolvere nel video di “I Want to’ break free”, per poi diventare un fauno in una poetica dichiarazione di libertà. Freddie Mercury era tante figure: il gossip vedeva il lato eccentrico e dissennato, i fan che lo amavano coglievano la sua genialità e sensibilità, non curanti dei suoi eccessi (presunti) privati. Ed è proprio la seconda immagine quella che è emersa dopo la sua morte, quella di un uomo dolce e sereno, assistito fino all’ultimo istante dalla sua migliore amica, in compagnia del suo gatto, quasi un’antitesi di quell’immagine spettacolare che concedeva sui palchi negli stadi.
È stato vittima di una sorta di incoscienza madre degli anni ’80 che scopriva il dramma dell’AIDS, qualcosa che prima non era quasi concepibile. È stato un uomo amato e capace di amare, soprattutto il suo pubblico donando sempre performance memorabili e, come detto prima, votatosi allo spettacolo e alla musica fino a pochi giorni prima della scomparsa. Quello che ha lasciato a noi suoi fans è quel battere in automatico le mani quando ascoltiamo “Radio GaGa, quel cantare in falsetto “Scaramouche”, la lacrima che ci viene ogni volta che ascoltiamo “We area the champions”.
E seguiva “my friends”, amici miei, simbolo di come avesse saputo creare un rapporto unico con milioni di persone. Come un amico che non senti da anni ma sai che è sempre lì. E che, quando se ne va per sempre, fai fatica a crederci, anche dopo 24 anni.











