Si è insediato il 1° febbraio il nuovo governo democraticamente eletto lo scorso novembre in Birmania. Dopo la nomina dei presidenti delle Camere, si cerca l’accordo per il Premier.
Lasciati alle spalle quasi 50 anni di dittatura militare del partito di Unione, Solidarietà e Sviluppo (USDP) gia’ dal 2010 i birmani avevano capito che la situazione inziava decisamente a cambiare. Infatti il governo 6 anni fa intraprendeva una serie di timide riforme e allentava il controllo sulla società, l’informazione e l’opposizione in generale.
Fino a qualche anno fa, per chiunque criticasse pubblicamente il governo e i militari c’ era il carcere. Il destino del paese e’ stato nelle mani dei militari a partire dal 1962 quando con un colpo di stato l’USDP si impose per I seguenti decenni.
Gia’ nel 1990 la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) partito che ha come suo leader la famosa Aung San Suu Kyi, aveva vinto le elezioni ma la giunta militare non aveva riconosciuto I risultati facendo ripiombare il paese nell’ oblio. La liberazione di San Suu Kyi nel 2010 cambie le carte in tavola, I birmani la venerano come una dea sia per la sua forza e il suo fascino – rimasto intaccato nonostante 15 anni di arresti domiciliari -, sia per la sua capacità di unire il Paese e di mobilitare tanto i cittadini quanto i leader mondiali. Le sue foto non si trovano solo sui manifesti elettorali ma anche nelle case dei birmani, spesso accompagnate da un’immagine di suo padre, il generale Aung, primo presidente della Birmania indipendente.
Dal 2015 Thein Sein, ex generale, inizia il processo di riforma che ha permesso lo scorso novembre lo svolgimento delle ultime elezioni democratiche. L’ombra dei militari, comunque, non si è ancora diradata, saranno ancora presenti con un quarto dei seggi e con le nomine ministeriali di Difesa e Affari di Frontiera.
La priorità quindi del nuovo governo appena insediato guidato dal partito di San Suu Kyi è eleggere il proprio presidente. La loro leader che si batte da anni per la conquista di pace, libertà e diritti civili del suo Paese e premio Nobel per la pace nel 1991 ovviamente sarebbe la figura piu’ consona se non fosse che una legge emanata dal governo precedente vieta a chiunque abbia figli di cittadinanza non birmana di ricoprire la carica più elevata della nazione.
Sara’ un caso che San Suu Kyi ha figli di nazionalità Britannica ed e’ per questo non potra’ mai ricoprire la carica di presidente del suo stesso paese. “The Lady” nome attribuitole dal suo popolo, ha assicurato che anche se non sarà Presidente formalmente la sua presenza sarà comunque forte nelle prossime strategie politiche: “Il mio ruolo sarà al di sopra della Presidenza. Lavoreremo ancora – ha spiegato – per la democrazia, la pace, ed i diritti umani”.
Il nominativo dovrà essere definito entro la fine di Marzo, quando terminerà ufficialmente l’attuale mandato. Secondo molti analisti è probabile che il dilungarsi della scelta sia dovuta alla possibilità di un accordo di potere tra la Lega ed i militari, un accordo che prevedrebbe l’abolizione dell’articolo costituzionale che esclude la San Suu Kyi dai giochi presidenziali anche se per arrivare a questo accordo servirebbero il 75% dei voti a favore in Parlamento. Scenario alquanto difficile da immaginare.
Chiunque avra’ la carica di Premier nel paese dovra’ fare i conti con oltre nove differenti gruppi etnici e con la radicalizzazione anti-musulmana degli intransigenti buddisti che ha già generato gravi disordini a ovest, nello stato Rakhine e in varie altre regioni. San Suu Kyi ha deciso di non esprimersi sullo status di una minoranza musulmana presente al confine con il Bangladesh di cui il governo nega perfino l’esistenza. Un recente rapporto dell’International State Crime Initiative (Isci) ha definito la minoranza “negli stadi finali di un genocidio”. A seguito di violenze e uccisioni contro di essa, molti dei membri sono stati costretti a tentare la fuga via mare, e a decine sono morti sui barconi in estate.
L’economia del Paese è tuttora in larga parte in mano ai vertici militari e ai soldati del regime. Se è vero che l’apertura del Paese agli investimenti stranieri ha portato un nuovo dinamismo nell’economia, la corruzione è tutt’ora diffusissima. Gli amici dei militari infatti controllano larga parte dell’industria estrattiva, degli hotel di lusso, dell’agricoltura e dell’esportazione di metalli e legname.
Nel caso ritenessero i propri interessi eccessivamente minacciati, i militari potrebbero scegliere di incoraggiare i conflitti tra le regioni e gli scontri tra musulmani e buddisti per poi giustificare o rendere inevitabile un nuovo intervento armato. Gruppi di ribelli sono presenti anche nelle regioni dove la coltivazione dell’oppio, estrazione di minerali, la deforestazione degli alberi da legno teak e i confini porosi hanno permesso a governo e ribelli di finanziare conflitti lunghi decenni.
La nomina di Primo Ministro quindi dovrà tenere in considerazione l’eterogeneità delle esigenze birmane ma sopratutto dovra’ essere in grado di trovare un compromesso valido tra presente e passato, tra democrazia e ditattura militare cercando di evitare qualunque focolaio di guerriglia interna. Un compito difficile forse anche per The Lady.












