HomeBlogSostiene GaudianoHouse of cards, una quarta stagione capolavoro e un finale da paura

House of cards, una quarta stagione capolavoro e un finale da paura

Prima o poi capita che anche le migliori serie TV imbocchino il viale del tramonto. E, solitamente, il pubblico risponde tanto negativamente al punto di costringere i network a chiudere le produzioni, talvolta lasciando le storie appese ad un filo. Ci sono casi come Flashforward, uno dei telefilm più interessanti dell’ultimo decennio, che ha conosciuto verso la metà della sua (unica) stagione un crollo di audience tremendo, causato da un calo qualitativo della sceneggiatura. Dopo due mesi di stop riprese la messa in onda con un piglio narrativo decisamente superiore che, tuttavia, non riuscì a salvare il prodotto dalla cancellazione, con tanto di cliffhanger dell’ultimo secondo. The Mentalist aveva giocato ben sei stagioni la carta dell’imprendibile villain, Red John, fino a chiudere quasi di colpo la vicenda lasciando una marea di dubbi e incomprensibili crepe narrative per prendere una strada quasi da soap-opera. Risultato: un bellisimo telefilm inspiegabilmente rovinato e, quindi, chiuso. J.J. Abrahms, prima di diventare il golden boy di Hollywood, si era cimentato con Alias, arrivando fino alla quinta stagione in cui è riuscito a buttare letteralmente alle ortiche una grande storia e dei personaggi magnifici. I vari CSI, NCIS e Law & Order continuano a incollare milioni di spettatori davanti le tv grazie ad un’egregia produzione che non annoia mai gli aficionados e che, anzi, continua a conquistare proseliti. The walking dead ha sdoganato gli zombie in prima serata, tra alti e bassi narrativi, mentre Lost ha appassionato il mondo intero per cinque anni fino ad un finale che ha scontentato un bel pò di persone. Kiefer Sutherland e il suo Jack Bauer con 24 hanno sconvolto definitivamente il mondo dei telefilm, creando un prodotto ancora oggi insuperabile in termini di innovazione e qualità, forse l’unico vero capolavoro che la TV abbia mai creato; per ben 9 stagioni, “24” non ha mai annoiato i suoi fans ed è anche riuscito ad anticipare il corso dei tempi (il terrorismo, il presidente di colore e, chissà, quello donna…).

Ma cosa accade se un network votato alla sola trasmissione via streaming decide di produrre un telefilm dal taglio cinematografico, con un cast stellare e interamente dedicato agli intrighi di Washington? In teoria, il tecnicismo degli ingranaggi politici americani potrebbe essere una noia mortale per chiunque. Quindi, si prende un politico con la faccia di Kevin Spacey, psicopatico, assassino, arrivista, senza cuore, amorale, bisessuale, bugiardo cronico, perverso e lo si porta direttamente alla Casa Bianca. Nella Stanza Ovale. E tutto questo per pura vendetta personale.

Ma non basta: bisogna curare l’evoluzione politica e l’involuzione morale del personaggio. Quindi, se nella prima serie Underwood svela da subito la sua anima vendicativa e perfida dopo essere stato tradito dal presidente eletto fresco di carica (al buon Frank viene negata la nomina di segretario di Stato), nella seconda Underwood porta a compimento il suo malefico piano arrivando a sedere sulla poltrona dell’uomo più potente del mondo, tutto questo coaudiuvato dall sua bellissima e geniale moglie Claire (Robin Wright Penn). Alle spalle i due si lasciano almeno un paio di cadaveri, svariate menzogne e carriere stroncate. Già l’idea di un presidente assassino farebbe venire un infarto a chiunque; l’idea che sia democratico è il colpo di grazia per l’America buonista e perbenista, soprattutto in un periodo in cui Donald Trump viene considerato dai repubblicani stessi un male assoluto (sottovalutando Ted Cruz, evidentemente). E proprio il finale della seconda stagione, con Frank che guarda fisso la macchina da presa per poi battere violentemente il pugno sulla scirvania, è talmente terrificante da far presagire una terza stagione ancor più spettacolare. A quel punto, “House of cards” sembra segnare definitivamente il passo, regalando tredici nuovi capitoli francamente noiosi, privi di appeal e quasi raffazzonati nei dialoghi. Ci si cominicia a domandare se sia arrivato il omento di concludere degnamente il cammino degli Underwood, magari ribadendo il finale della serie inglese degli anni ’80 a cui il telefilm si ispira, dove il protagonista muore per un attentato. Che sarebbe una sorta di sublimazione della parabola di un uomo dalla cattiveria iperbolica. Le aspettative per la quarta stagione sono minime, quasi tutti ci stavamo preparando al triste epilogo in sordina della saga, anche forse delusi da un altro telefilm cult che, quest’anno, si è definitivamente scavato la fossa da solo (“American horror story: Hotel”, una delle cose peggiori mai viste in tv). Avevamo lasciato Claire mentre abbandonava Frank e tutto ci stava portando verso l’idea di vedere i due lottare fino alla morte per rovinarsi a vicenda, in puro stile “Beautifull”.

AVVISO AL LETTORE: da ora in poi cominciano degli spoiler grandi quanto la Casa Bianca.

Gli ultimi due minuti della quarta stagione incorniciano tutti i nuovi 13 capitoli con un solo termine: un capolavoro.

Il disegno è ben chiaro: quella maledetta tersa stagione è stata di preparazione, un trampolino di lancio per il peggio, sotto ogni punto di vista. Era essenziale l’allontanamento di Claire per dimostrare che, a parte tutte le parole, Frank è fondamentale per lei, come lei lo è per Frank. Senza un componente, nessuno dei due È quello che È. Ed entrambi lo capiscono quando Frank resta gravemente ferito nell’attentato perpetratogli da una sua vecchia conoscenza (il collega di Zoe). Frank subirà un trapianto di fegato e dovrà piangere anche la morte del suo caro Mitchum (la sua fidatissima guardia del corpo). Claire sentirà l’esigenza di tornare al fianco del marito ma non senza prima aver rigirato la situazione a favore degli Underwood, sotto pressione del giovane candidato repubblicano alla presidenza, Conroy (una sorta di Frank alle prime armi ma senza la forza di una moglie determinata e disonesta come Claire). Ripresosi dall’attentato, Frank dovrà fare i conti con gli squali del suo Gabinetto che contano i giorni che gli restano da vivere nel caso il trampianto fallisse il suo decorso ma, soprattutto, con una minaccia che incombe su tutto il paese: il terrorismo islamico. come se non bastasse, l’ex redazione di Zoe prosegue le indagini della giovane giornalista scoprendo gli intrecci, le malefatte e le macchinazioni di Underwood per salire al potere. E, nel momento in cui tutta la storia verrà pubblicata, alla vigilia delle elezioni, Frank sentirà la terra crollare sotto i propri piedi. Ad un passo dal gettare la spugna in preda alla disperazione, Claire capisce come agire: bisognerà coprire la notizia con una notizia ancora più grande. E la decisione di lasciare in chiaro la diretta dei terroristi mentre tagliano la gola ad un ostaggio americano, in mondovisione, è la migliore soluzione per scatenare il terrore nella popolazione. In questa ultima sequenza che entrerà di diritto nella storia della tv, vediamo Frank e Claire seduti uno accanto all’altra mentre lo staff chiude gli occhi inorridito dalle immagini. Nel silenzio generale, Frank rompe (come di sua consuetudine) la quarta parete ma stavolta coinvolge anche Claire e, rivolgendosi al pubblico, afferma serafico: “Esatto. Noi non subiamo il terrore. Noi creiamo il terrore”. Schermo nero.

Sarà difficile superare indenni un season finale simile, era dai tempi del finale della quinta stagione di “24” che non si assisteva ad un colpo di scena simile. Insomma, “House of cards” è tornato prepotentemente e lo ha fatto nel modo migliore, superando se stesso e regalandoci la stagione più bella in assoluto, un’alchimia perfetta di dialoghi e tecnica registica che lo potrebbe facilmente far sconfinare oltre i territori del piccolo schermo. E Sky difende con i denti i diritti di trasmissione in Italia, dimenticando di regalare il giusto battage pubblicitario ad un prodotto magnifico, quasi relegandolo ad un pubblico d’essai in favore di produzioni più “mordi e fuggi”. Francamente, non è il trattamento che si dovrebbe riservare agli spettatori, proprio perchè “House of cards”, per quanto si basi (ma mica tanto) sulla fantasia è un telefilm in grado di stimolare l’intelligenza e creare dibattiti senza fine, per la sua spietatezza e attualità.

Cosa che, in una marea di palinsesti da rabbrividire, potrebbe portare un raggio di sole nei cervelli di chi guarda la tv. Non facendolo subire passivamente ma costringendolo a reagire e a riflettere.

Senza dimenticare che, nonostante tutto, facciamo il tifo per un perfetto criminale.

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