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Benjamin Clementine, la strada, la metro, il teatro

Non poteva esserci modo migliore per chiudere la stagione del Teatro Forma: dopo Dee Dee Bridgewater e Robert Glasper, ecco arrivare a Bari Benjamin Clementine: il passato e il futuro della musica internazionale al crocevia.

Benjamin proviene da Edmonton Green, zona tra le più povere di Londra. A 10 anni comincia a suonare da autodidatta il pianoforte acquistato dal fratello e legge la Bibbia e poeti inglesi (William Blake, T.S. Eliot, Duffy) e francesi (Verlaine, Baudelaire, da cui erediterà lo spleen, e Rimbaud). Impara a suonare a orecchio le composizioni di Erik Satie soprattutto, ma anche di Debussy, Puccini e Chopin. A 19 se ne va a Parigi, scegliendo di vivere senza fissa dimora. Si mantiene suonando per strada e nelle stazioni della metropolitana: ed è lì che finalmente qualcuno lo nota. Con il primo contratto incide un paio di EP che lo impongono all’attenzione della critica; nel 2015 arriva il primo (e finora unico) disco “At Least for Now” che in Francia gli fa guadagnare il premio come miglior nuovo artista e il Mercury Prize in Inghilterra per il miglior album dell’anno.

Dare una definizione artistica di Clementine non è agevole, nel senso che ha alle spalle una serie di esperienze così eterogenee che una sua classificazione ha una valenza strettamente opinabile. Di sé dice “Non sono un cantante, sono un espressionista. La musica è stato il mezzo che ha fatto emergere quel mondo sommerso, quella poesia che attingo dal profondo di me stesso.” Gli accostamenti e le influenze ricevute indicano Nina Simone, Nick Cave, Tom Waits, Cohen, Antony Hegarthy, Pavarotti, Di Stefano, Aznavour, Brel. Ma Benjamin è tutto questo e più di tutto questo. Ha una voce da tenore spinto capace di coprire una vasta gamma tonale con più di due ottave; una voce calda ed elegante dal timbro brillante e pieno, unita ad espressività teatrale e personalità magnetica.

Sul palco del Petruzzelli (il teatro Forma non ce la avrebbe fatta a contenere il numeroso pubblico), c’è lui a dialogare con il pianoforte. Solo. Lui che celebra e declama dolore e tormento filtrati da una sensibilità malata di poesia decadente, fino all’irruenza della rabbia; a ogni concerto si rinnovano i sentimenti che hanno generato musica e versi in un viaggio interiore che esplora vie di uscita alla propria solitudine e prova ad esorcizzare il malessere. Benjamin scava in profondità sconosciute dove nascono le nostre emozioni più delicate, accarezza le corde dell’anima, ma al tempo stesso mostra nervi scoperti, in una scrittura sofisticata ma scarna e minimale negli arrangiamenti. E’ una musicalità istintiva messa in luce dagli infiniti colori della voce, a volte tenebrosa e prepotentemente nera.

Nel concerto Clementine si esibisce a piedi nudi perché “Mi sento sempre nudo, vulnerabile”, dice. Saltuariamente viene accompagnato da un intrigante batterista, Alexis Bossard, per esaltare la parte ritmica di alcune canzoni. Vengono eseguiti tutti i brani dell’album, confessioni personali e quadri di vita vissuta: da “Winston Churchill’s Boy”, l’addio all’Inghilterra, a “Cornerstone”, la solitudine, da “Adios”, saluto alla giovinezza, a “Then I Heard a Bachelor’s Cry”, la redenzione, dalle rabbiose “London” e “Nemesis” dal ritmo pulsante, alle accorate “Condolance” e Gone”. Si passa dalla disperazione del periodo londinese all’atmosfera dei boulevard parigini: luci crepuscolari che preludono a cieli d’inchiostro nella speranza delle luci dell’alba.

Un solo disco per ora, bruciante, doloroso, sul filo di un melting pot esistenziale insolito: un freddo razionalismo che lotta con gli stilemi della poesia metropolitana, vera cifra stilistica.

Clementine ha 28 anni e un solo disco, almeno per ora. At least for Now, appunto!

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