Caro Aldo Moro,
io il 9 maggio 1978 non ero ancora nato. A raccontarmi della tua figura ci hanno pensato i libri, i ritagli di giornale trovati qua e là e una buona serie di documentari.
È difficile per me immaginare l’Italia teatro di un rapimento, e di un omicidio, dai risvolti così cruciali e pesanti, in grado da solo di condizionare gli equilibri politici e sociali del nostro amato Bel Paese, e non solo.
Mi sembra strano che l’Italia addormentata di oggi sia figlia di quell’Italia in procinto di sperimentare un cambiamento epocale e di fare scuola. Compromesso storico, leggo e rileggo. Oggi chissà, lo chiameremmo inciucio e manderemmo all’aria in un chiassoso social network incontri, trattative e accordi che servivano solo ed esclusivamente a riconciliare l’irriconciliabile. I democristiani e i comunisti.
Spero di non cadere nella retorica, perché il rischio è sempre quello. Spero di non unirmi ai cori di chi rievoca la tua figura in un macabra e mediatica seduta spiritica. Spero di non dire cose che potrebbero accumularsi ad altre già trite e ritrite, accatastate e dormienti come vecchie cartacce in faldoni grigi e polverosi.
Caro Moro, persone come te mancano alla mia generazione. Noi, figli degli anni ’80, siamo figli di un elettrocardiogramma impazzito, una perpetua oscillazione fra l’illusione e la disillusione, un drammatico retrogusto di precarietà che ci accompagna nel lavoro e non solo. Ci accompagna nella vita, nella politica, nel nostro modo di concepire l’apporto che ciascun singolo può dare alla comunità.
Noi, figli degli anni ’80, siamo orfani di grandi personalità politiche come la sua. Abbiamo ereditato le briciole di stagioni politiche che in Italia avevano prodotto grandi uomini, come te, Enrico Berlinguer, Sandro Pertini.
Non ne faccio una questione di “parte”, bensì di stile e lungimiranza. Quella capacità di guardare oltre l’eterna emergenza, che oggi ci costringe ad ingerire tutto il pane e veleno che ci viene propinato, e immaginare il futuro con sguardo pragmatico e volontà di crescere passo dopo passo, senza rincorse comunicative e salti nel vuoto.
Quella capacità di dirigere l’orchestra composta da tanti solisti stonati e restare in bilico come equilibristi bersagliati da quanti – laggiù, nell’ombra, al sicuro – s’impegnavano per farti cadere.
Quella ricerca di equilibrio nelle cose e nelle azioni che oggi, a noi nati negli anni ’80, risulta davvero sconosciuta. L’equilibrio è la vera rivoluzione. Valeva nel 1978, credo valga ancora oggi.











