HomeBlogSostiene GaudianoDavid Bowie: è solo tornato a casa

David Bowie: è solo tornato a casa

Ora è tutto più facile. Trovare un significato al suo ultimo album, “Blackstar”, alle sue canzoni più ermetiche come “Life on Mars?”, decantare le sue doti musicali, la sua ecletticità, il suo anticipare le mode e i tempi. Paradossalmente, il ringraziarlo per averci concesso il suo capolavoro salvo poi demolirci morendo due giorni dopo. Quando si è coscienti della ormai definitiva mancanza della soluzione di un enigma è più facile risolverlo sapendo che, a quel punto, qualsiasi soluzione potrebbe essere quella giusta.

A libera interpretazione di chiunque voglia provare ad aprire una serratura con un centinaio di chiavi, sapendo che ognuna farà scattare la serratura.

Basta provare a superare lo choc iniziale. Sedersi, far passare un po’ di ore e rendersi finalmente conto che nessuno è immortale, almeno fisicamente.

Capita sempre così quando perdiamo una persona amata. Che sia un distacco tremendo e traumatico come quello per chiunque abbiamo avuto fisicamente accanto nella vita, o depistante e sconvolgente come per chi ci ha accompagnati con la propria arte per tutta una vita, nei momenti felici e quelli tristi.

Così David Bowie, seguendo la scia del suo alter ego in chiave puramente rock (Freddie Mercury), sembra averci voluto stringerci la mano uno per uno sussurrandoci che stava per “tornare a casa” in una lingua quasi incomprensibile, senza che noi cogliessimo immediatamente il messaggio. La similitudine con Mercury è spiazzante: il frontman dei Queen annunciò al mondo la sua lotta contro l’AIDS due giorni prima di morire, Bowie ha pubblicato la sua ultima opera, il suo congedo al mondo terreste, due giorni prima di morire.

Entrambi hanno scelto il pudore di non darsi in pasto alle speculazioni e alla pietà del mondo, condividendo le proprie malattie e il dolore se non nel momento in cui tutto stava per terminare, in una sorta di dicotomia con la vita pubblica che avevano condotto fino ad una certa fase della loro carriera. Bowie era quasi sparito dalle scene per anni, qualche comparsata live come per i Brit Awards ma niente più.

I fans, noi, avevamo colmato il suo vuoto sulla scena musicale riascoltando all’infinito “Space Oddity”, la saga di “Ziggy Stardust” o (personalmente) il suo album capolavoro “Outside”.

Brani e album che erano sempre oltre qualsiasi cosa, precursori di qualcosa che doveva ancora nascere e che facevano storcere il naso alle generazioni presenti, abituate all’immediatezza delle melodie e dei testi, che trovavano quasi assordanti e prive di significato le combinazioni musicali, i controtempi e le atmosfere talvolta cupe del Duca Bianco. Era l’uomo che si spacciava per un alieno, uno “Starman” che aspettava nel cielo e che, dopo, è arrivato qui sulla terra. Talvolta incomprensibile nella prima fase della sua carriera,

Proprio la sua produzione degli anni ’80 è quella che ha raccolto la maggior parte dei consensi dei giovani del nuovo millennio, con musicalità più elettroniche e “rassicuranti”, forse di minor impatto emotivo rispetto alle sue precedenti opere. Ma non era un adattarsi di Bowie alle tendenze dell’epoca, anzi. La sottotraccia era sempre qualcosa di nuovo, di sperimentale, che veniva mitigato dalle sue apparizioni sul grande schermo (altra sua grandissima passione) come in “Labyrinth”, in cui divenne un’icona glamour del genere fantasy. Solo una piccola goccia in un mare di apparizioni e interpretazioni cinematografiche iconiche e mai banali, dal soldato prigioniero nel pacifista “Furyo” (in cui era contrapposto ad un generale giapponese interpretato da Riuichi Sakamoto, altro genio della musica contemporanea) all’agente del FBI Jeffrei Phillips in “Fuoco cammina con me” di David Lynch, passando per il vampiro di “Miriam si sveglia a mezzanotte” o il cameo divertentissimo in “Zoolander”. Forse, proprio il duetto sullo schermo con Lynch, che interpretava un altro agente sordo come una campana, è stata la cosa più divertente e assurda da lui intepretata; d’altronde cosa ci si poteva aspettare dall’ uomo caduto sulla terra che incontra l’uomo venuto da Marte (come Mel Brooks definì Lynch)…?

Forse fu proprio l’incontro con Lynch ad influenzare la realizzazione di “Outside”, il disco che segnava la definitiva svolta di Bowie verso atmosfere dark e più sofisticate, grazie anche al ritorno alla collaborazione con Brian Eno dopo la celeberrima “trilogia di Berlino” degli anni ’70. Un concept album ermetico in cui veniva celebrato l’omicidio rituale in una civiltà futura distopica, con dei pezzi incredibili come “The heart’s filthy lesson”, accompagnato da un video choccante e affascinante, che fu scelta anche come canzone per i titoli di coda di “Seven” (passati alla storia come primo e unico caso di titoli che scorrono ‘al contrario’) o “Hello Spaceboy”, magnificata dal remix dei Pet Shop Boys.

Qui Bowie sembra definitivamente abbandonare il suo glamour da swinging London e la sua eleganza, interpretando una figura nettamente contraria a quella mostrata nei videoclip fintamente pop di “Let’s Dance” o meravigliosamente kitck, con trucco e parrucco, di “Life on Mars?” e “Ziggy”. Non è più tempo di eroi per un giorno, di marinai che lottano da dietro uno schermo e sogni infranti di ragazze con i capelli color topo. E’ una nuova strada da percorrere per Bowie, anch’essa totalmente nuova per chiunque, sullo stile dei NIN, tanto da far accapponare la pelle a molte persone, compresi i critici che si domandarono che cosa fosse accaduto al cantante. Stranamente, quello era il periodo forse più sereno ed equilibrato di Bowie, coronato dal matrimonio con la top model Iman a Firenze. In chiesa. Ad aumentare ancor di più la confusione sulla sua vita personale costellata di eccessi, droghe e ambiguità sessuale.

“Blackstar”, ora, è un cazzotto ben assestato nello stomaco. “Lazarus” e il suo videlip sono ora più che mai il testamento di Bowie, con il cantante costretto in un letto con gli occhi bendati e che, poi, scrive freneticamente, quasi a dimostrare una lotta contro il tempo che stava per scadere, un voler completare il suo ultimo lavoro prima che sia troppo tardi. Brian Eno racconta che, quasi una settimana fa, il Duca gli scrisse una mail, divertente e piena di doppi sensi come di sua consuetudine, ma che si concludeva con “il nostro rapporto non si decomporrà mai. Grazie di tutto.”. Quel termine, decomposizione, sembra essere una specie di presa in giro.

Proprio lui, l’uomo delle stelle o, meglio, la stella in persona, ci aveva abituato all’idea che non fosse di questo pianeta, ma che ci fosse capitato quasi per sbaglio, inciampando. Salvo poi restarci. E non è escluso che davvero qualcuno creda che Bowie fosse un extraterrestre, capitato qui con trucchi e paillettes per convertire il mondo all’eccesso gioioso, in un primo tempo, salvo poi rendersi conto che la nostra umanità l’abbiamo barattata per un benessere effimero, per poi volerci descrivere quello che diventeremo. Pazzi, assassini, alienati, senza morale ma pronti ad etichettare chiunque in base al proprio aspetto.

E se davvero fosse stato un extraterrestre?

Se davvero uno come lui non esisterà mai più perché mai nessun altro alieno capiterà sulla Terra? Se, ora che è tornato a casa, dirà a tutti “ehi, lasciateli perdere quelli laggiù! Non ne vale la pena!”. Chissà. Suggestioni. Ma è bello pensare che ora David Bowie stia ridendo di tutti noi con Freddie Mercury, Elvis, Lou Reed e John Lennon. E che, magari, lassù ci sia una stella che sembra strizzarci un occhio per salutarci. Scegliete voi quale occhio, se quello scuro o quello chiaro.

Banner donazioni

Telegram PugliaIn

Per seguire in tempo reale tutte le news iscriviti gratuitamente al nostro canale Telegram

Ultimi Articoli

spot_img
spot_img