HomeBlogSostiene GaudianoGreen Inferno, un deludente horror per Roth

Green Inferno, un deludente horror per Roth

Quando un film non trova qualcuno disposto a finanziarne la campagna pubblicitaria, ci sono tre motivi: il primo é che il cast tecnico e gli attori sono dei perfetti sconosciuti. Il secondo é che la pellicola é troppo avanguardista per incassare. Il terzo é che fa letteralmente schifo da non poter nemmeno aspirare a diventare un trash-cult. Se ti chiami Eli Roth, hai all’attivo pellicole come Cabin Fever e Hostel, giri un film e per due anni nessuno te lo pubblicizza, molto probabilmente fai parte della terza ipotesi. E, in effetti, Green Inferno é un film che oscilla tra l’imbarazzante e il demenziale, magistralmente filmato, con degli effetti speciali perfetti, una trama trita, delle caratterizzazioni degne di un film di Ed Wood e dei gags sparati nel mucchio che sembrano un omaggio all’arte recitativa di Alvaro Vitali. Cosa molto grave, dato che lo stesso regista ringrazia Ruggiero Deodato e il suo Cannibal Olocaust per l’ispirazione. Se si fosse risparmiata quest’ultima marchetta, Roth se la sarebbe potuta cavare con un simpatico “volevo divertirmi come un bimbo che gioca col Pongo”. E invece…
La storia é semplice: un gruppo di giovani attivisti decide di recarsi nelle foreste peruviane per documentare gli sfaceli compiuti in quei luoghi dalle multinazionali, armati di telecamere e telefoni satellitari per diffondere sui social ogni istante della loro pacifica incursione. Dopo mezz’ora di scartavetramento, finalmente lo spettatore pregusta il sapore della disgrazia quando l’aereo con i protagonisti cade nella vegetazione locale. Si risvegliano prigionieri di una tribù di cannibali e la mattanza ha inizio. Tra un’efferatezza e l’altra (smembramenti, arti messi in salamoia e poi cucinati nei pentoloni come nelle vignette) il pubblico assiste a tre momenti di psichedelica pura, il vero orrore del film: un ragno velenoso che passeggia su un pene (!), il leader del gruppo pacifista che si masturba in gabbia per allentare la tensione prima di essere divorato (!!) e un potentissimo attacco di diarrea di una prigioniera annunciato da un’inconfondibile flatulenza (!!!). Ci sarebbe anche un tentativo di fuga geniale, con i ragazzi che imbottiscono di mariujana un cadavere pronto per essere fagocitato dai cannibali, ma il conseguente sballo degli indigeni con tanto di fame chimica ha uno psichedelico fondo scientifico (in confronto alle baggianate viste prima)…
Insomma, “Green Inferno” non é un tributo a Deodato; in “Cannibal Olocaust” il gore era davvero terrificante più che disgustoso e il messaggio finale era ben chiaro e incisivo, con i protagonisti che erano i veri selvaggi, venuto dalla civiltá per distruggere la pace di un popolo incontaminato solo per ottenere un successo mediatico filmando qualsiasi istante. Il film di Roth é una galleria di idiozie e scene splatter infilate in un calderone senza senso, con un tentativo maldestro di moralizzare lo spettatore. Un brutto scivolone per un autore interessante, un’accozzaglia di situazioni che potrebbero piacere ad un pubblico assuefatto dai cine-panettoni, ma che ben poco ha a che fare con il cinema.
C’é qualcosa di terrificante in questo film? Si, il finale. Aperto. Che preannuncia un seguito. Basta questo per spaventare chiunque.

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