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Se da un lato i voucher rappresentano uno strumento in grande ascesa, come utilizzo e come possibilità, soprattutto per i lavori stagionali, di evitare pagamenti in nero, è altrettanto vero che l’uso distorto di questo metodo di pagamento può rappresentare un passo indietro nella tutela del lavoro, soprattutto quello più debole.
Tanto che il governo è pronto a cambiare la procedura di utilizzo di questi ticket, nati per le attività occasionali e accessorie ed estesi poi a quasi tutti i settori. Vediamo quali sono le novità in vista.
Modalità di richiesta
Secondo le nuove regole, almeno 60 minuti prima dell’inizio della prestazione lavorativa il committente (l’imprenditore o il professionista) dovrà comunicare i dati anagrafici o il codice fiscale del lavoratore con un sms o via posta elettronica alla sede territoriale dell’Ispettorato nazionale del lavoro. Nella stessa comunicazione dovrà indicare anche il luogo e la durata dell’impiego accessorio.
Importo massimo percepibile
Con riferimento all’importo massimo percepibile non verranno intaccati i limiti dei 7mila euro per la prestazione complessiva e di 2mila euro per la prestazione svolta per ogni singolo committente. Fa eccezione l’agricoltura: in tal caso non vale il limite per ciascun committente, ma si applica il solo limite complessivo di 7mila euro per lavoratore.
Le sanzioni in caso di violazione della procedura di richiesta
Nei casi in cui si verifichi una violazione di queste regole, scatteranno sanzioni amministrative da 400 a 2.400 euro, in relazione a ciascun lavoratore per cui è stata emessa la comunicazione.
Ma intanto bisogna “intervenire subito per regolamentare l’utilizzo dei voucher. E’ spaventoso il loro aumento nel nostro Paese: da 536 mila del 2008 a 115 milioni del 2015”.
Sono queste le dichiarazioni di Aldo Pugliese, Segretario Generale della UIL di Puglia che evidenzia anche il “salto” della Puglia, passata da 2.443 voucher del 2008 a 5.4 milioni del 2015. E le stime Uil, sul primo trimestre 2016, non sembrano frenare la tendenza con quasi 1.2 milioni di buoni-lavoro venduti in Puglia (il 37.4% nella provincia di Bari, segue Lecce con il 24.6%).
“L’analisi fa rilevare – spiega il Segretario della UIL regionale – come la Puglia sia, in questa pericolosa classifica, la settima regione più voucherizzata d’Italia (preceduta da Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Piemonte, Toscana e Lazio). Inoltre, i settori di attività in cui si utilizzano maggiormente i buoni lavoro in Puglia risultano essere il commercio, turismo e servizi (terziario): tutte attività piuttosto distanti da quelle rispetto alle quali è nato nel 2003 il lavoro accessorio. Ne deriva l’uso oramai selvaggio dei tagliandi voucher. Infatti, le modifiche introdotte dal Jobs act, con l’eliminazione di restrizioni soggettive e oggettive nonché l’innalzamento a 7.000 euro netti l’anno a prestatore di lavoro, hanno ulteriormente deformato l’istituto scardinando il concetto di lavoro occasionale per cui era concepito e determinando la esponenziale sostituzione di potenziali rapporti subordinati attraverso forme poco tutelanti per i lavoratori, basti pensare all’assenza del diritto a malattia nonché a maternità e indennità di disoccupazione in quanto i voucher sono esentati da contributo. Dunque, ulteriori negatività per tutti gli attori del sistema: anzitutto il lavoratore risulta privo di una vera copertura pensionistica, senza sottovalutare l’instabilità nel lavoro e nella vita. Poi, il danno alle casse dello Stato per mancato gettito Irpef e, quindi, quello all’Inps per il mancato versamento del contributo previdenziale.
“Pertanto – conclude Pugliese – urge una tempestiva riflessione da parte del governo nazionale, altrimenti questo fenomeno rischia di andare fuori controllo. Si pensi a correttivi quali la tracciabilità sana dei voucher con la comunicazione precisa dell’inizio e della fine del lavoro, l’abbassamento del limite economico e l’esclusione di taluni settori già dotati di flessibilità in materia di rapporti di lavoro”.











