Parigi è il cuore dell’Europa, come Berlino ne è la mente e Roma la memoria storica.
Se ti infliggono un colpo al cuore, le parole si accumulano impazzite in gola, ti tolgono il fiato, ti strozzano sino all’ultima bolla d’ossigeno. Vorremmo pronunciare una frase ad effetto in grado di far tremare chi abbiamo di fronte, fissarci nella storia – personale, comunitaria, mondiale – con una pietra miliare resistente come solo un perfetto legame fra soggetto, verbo e predicati può fare.
Solo nei film sceneggiati a tavolino c’è abbastanza distacco da congegnare la perfetta risposta estrema. È difficile che gli appunti degli sceneggiatori siano sporchi di sangue o imbevuti di lacrime amare. Uno sceneggiatore, seppur bravo, ha la fortuna di avere un affaccio privilegiato sulla sua fantasia.
Siamo nel mondo reale, purtroppo. Nel mondo reale dolore e sofferenza sono esperienze tangibili. Si osservano sui volti di chi piange la violenta scomparsa di un amico, un parente, un congiunto; nella paura di chi scappa da un inferno di bombe e macerie, di esecuzioni e kalashnikov, in mezzo al deserto o nella romantica Parigi.
In debito d’ossigeno pronunciamo parole alla rinfusa, dettate dalla paura dell’avvicinarsi dell’ultimo respiro, dalla rabbia per le cose lasciate a metà.
Ancora una volta, invece, è tempo di riflettere. Non c’è bisogno di etichettare il dolore e l’atrocità, hanno già una loro forma.
(AP Photo/Christophe Ena)











