Ci aveva provato il Governo Monti nel 2011 a bloccare le rivalutazioni ISTAT sulle pensioni pari a tre volte il minimo, poi però la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo il provvedimento perché mancava d’equità e progressività. Così Renzi ha dovuto mettere una pezza con dei rimborsi parziali chiamati: “Bonus pensionati” che non erano altro, se non i loro stessi soldi, restituiti a metà.
Ma con la Legge di Stabilità di quest’anno si ripresenta il congelamento della rivalutazione inflazionistica a partire dai 2.000 euro lordi mensili di quiescenza. Lo stesso Ministro del lavoro Poletti ha ammesso i limiti di questo esecutivo sul tema: “Non siamo stati bravi, le riforme negli anni in cui nascono devono avere le adeguate coperture finanziarie.” Ed è poi lo stesso però a rivendicare di avere sanato la questione esodati che la Fornero aveva creato non considerando chi avesse abbandonato il posto di lavoro (nel rispetto delle leggi vigenti) con conguaglio sino all’età pensionabile. Età che poi è slittata spietatamente senza cognizione di causa.
Dovremo attendere il 2016 per tastare se davvero verranno apportate modifiche sostanziali alla flessibilità in uscita. Le ipotesi sul tavolo sono tante, compresa la sanatoria una tantum dell’opzione donna estesa a tutti i lavoratori. Ovvero pensionarsi con 35 anni di contributi e 57 anni d’età, avendo però delle penalità sul calcolo dell’assegno.
La ragioneria di Stato fatica a trovare misure che non ledano troppo i risparmi futuri generati da un welfare più stringente. Ma il punto nevralgico della questione è tutto qui: “E’ giusto fare cassa sui pensionati?”











