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“Con una stoffa stilistica unita e tesa, attraversa e supera il tema della relazione grazie ad uno stile coeso, ad una forza espressiva e alla visione di una ulteriorità, forse un aldilà, e ad un riferimento continuo”, con questa motivazione, il 10 ottobre, a Roma, nella splendida cornice di Piazza San Salvatore in Lauro, Alessandro Codazzo, poeta galatinese, ora residente a Bologna, ha vinto il concorso “Le stanze del tempo”, al cospetto di una giuria di altissimo livello, presieduta da Massimo Ciambotti, presidente della Fondazione Claudi, e Davide Rondoni. Tra gli altri membri della giuria, Gianfranco Lauretano, Isabella Leardini e Franca Mancinelli, importanti voci del panorama poetico contemporaneo.
Abbiamo provato a conoscerlo meglio, ponendogli qualche domanda sulla sua attività.
Come nasce la passione per la poesia
Innanzitutto, ci siamo chiesti come nasca la passione per la poesia, da quanto e quale sia l’ispirazione. Sicuramente, ha influito nascere in una casa dove si respirava cultura e dove i libri erano a portata di mano in ogni istante. “Ne prendevo uno – ci ha detto Codazzo – e facevo finta di capirlo, ci passavo il pomeriggio, mi davo un tono: quel non comprendere mi è servito molto, dopo. Credo che la passione per la poesia sia stata graduale e laica, non vi è stata alcuna “iniziazione”, è stato e continua ad essere un rapporto conflittuale piuttosto che un giuramento ad aeternum. Il primo libro di poesie che lessi e di cui ho memoria credo fosse un Oscar Mondadori sdrucito di Neruda e Foglie d’erba di Whitman, subito dopo; mi piaceva il modo strambo con cui parlavano quei tipi lì. Ho cominciato a scrivere da molto piccolo, più per emulazione che per altro, mi piaceva fare giochi di parole, rime, forse all’epoca prendevo la poesia molto più sul serio. La folgorazione sulla via di Damasco fu quando capii che esistevano poeti “non-scolastici”, che cresceva, dunque, una modernità lontana dai libri di letteratura, un sottobosco silenzioso che nominava le cose come avrei voluto fare io. Quanto all’ispirazione, è un argomento un po’ spinoso a proposito del quale non saprei dare una risposta univoca e precisa; senza scivolare nel metafisico, credo vi sia un momento più adatto di altri per fare una poesia, il mio cambia di giorno in giorno, suppongo abbia a che vedere con la quotidianità, la noia, i piccoli gesti, gli anziani, Otranto, la debolezza, i morti, le cicorie, Gesù…”
Il ruolo sociale della poesia
Inevitabilmente, la nostra chiacchierata è scivolata sull’oggi, sulla situazione drammatica che stiamo vivendo e su come questo possa influire a valorizzare una visione più intima della poesia, e viceversa come la poesia possa alleviare i dolori, i turbamenti e lo sconforto di un’emergenza sanitaria che, seppur in fase di cura, modifica gli stati d’animo di tutti noi. La risposta di Codazzo, anche qui, è stata netta ed è pronta per arrivare al centro del cervello di chi lo ascolta: “Credo che l’unico ruolo “sociale” che ha la poesia sia quello di farti prendere del tempo, di farti silenzioso e lento al punto da non accorgerti che ti stai ascoltando. Non ho chiaro cosa sia la poesia in sé, mi rendo conto, tuttavia, che i versi hanno questa strana proprietà di costringerti a raggiungere qualunque cosa con lentezza, facendoti da parte, concedendoti silenzio: in un mondo dove tutto è rapidità, è una grande forma di resistenza. Sono un po’ scettico nei confronti della “poesia-manifesto”: se raggiunge un fine sociale, lo fa partendo comunque da una condizione di individualità. La pandemia ritengo abbia, a fortiori, dilatato questo tempo, per cui un avvicinamento alla lettura, rispetto al periodo precedente, potrebbe esserci stato, ma non è molto economico attendere di volta in volta i cataclismi per ricordarsi che, nonostante tutto, è possibile.”
Come è nata la raccolta vincitrice
La raccolta vincitrice del concorso ha, indubbiamente, reso felice Codazzo e la sua famiglia, presente nel momento della premiazione. Lui, invece, per motivi precauzionali, seguiva le premiazioni nella modalità, ormai arci-nota, dell’online. “La raccolta è nata a seguito di una lenta opera di stratificazione e sedimentazione. La vera sfida, per quanto mi riguarda, è stata quella di non cedere al già detto, alla maniera, provando quindi ad avvicinarmi quanto più possibile alle piccole cose, quelle più neglette della quotidianità, senza “disturbarle” troppo con la parola, senza magnificarle. In buona sostanza, ho cercato di tirarmi fuori da ciò che dicevo, non so se ci sono riuscito. Quello che mi ha spinto a scriverla credo fosse la profonda convinzione che non mi bastava che le cose ci fossero, bisognava anche dar loro tensione, niente è poetico di per sé.”
Progetti futuri
Non potevamo, infine, non parlare dei progetti futuri di Codazzo, il quale afferma di non avere tanta voglia di pensarci, ma che “se proprio necessario che ci pensi, avranno a che fare con il mio attuale percorso, spero. Studio latino, greco, ebraico, i miei interessi sono rivolti alla patristica e alle scritture di Israele. La raccolta vincitrice uscirà la prima decade di Dicembre per Capire Edizioni. Per evitare di dire ‘vorrò fare l’artista’, dico: ‘studio per diventare un filologo classico’, che è pressoché la medesima cosa.” Idee chiare e anche una voglia di costruire il suo percorso mattone dopo mattone, esperienza dopo esperienza e dopo tanto studio. A lui, gli auguri della nostra Redazione per la realizzazione dei suoi sogni.












