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Come una giostra, ma molto più pericoloso. Il saliscendi che in questi ultimi giorni sta subendo il prezzo del Bitcoin deve far porre alcune domande a chi abbia voglia di investire il proprio denaro nella più nota criptovaluta.
Il nuovo record negativo
Bitcoin ha segnato anche nella giornata di ieri, un nuovo record negativo scendendo sotto i 10.000 dollari. Il prezzo del Bitcoin è, infatti, sceso del 22,7% rispetto a ieri, un calo che l’ha portata nel pomeriggio di mercoledì 17 ad essere scambiata anche a 9.500 dollari, per poi recuperare quota 10.000. Con quest’ultimo calo, negli ultimi 30 giorni Bitcoin ha perso metà del suo valore, meno 49,5% rispetto ai 20.000 dollari del 17 dicembre scorso.
Ed anche le altre criptovalute non è che vadano meglio. Bitcoin Cash, ha perso solo nella giornata di ieri il 31% ed è scambiato a 1.400 dollari, Ethereum perde il 30%, scambiato a 800 dollari, Litecoin perde il 29%, scambiato a 147 dollari. Anche Ripple cala, la criptovaluta che più ha fatto guadagnare i suoi possessori nel 2017 è scambiata a 0,9 dollari, con un calo nelle ultime 24 ore del 31%.
Quali le cause del crollo delle criptovalute
A voler esaminare le cause di questa altissima volatilità (e quindi rischio) delle criptovalute, il valore di Bitcoin è crollato del 18% nella giornata di martedì 16 gennaio, raggiungendo il valore minimo del 2018, dopo dodici mesi da record. Il motivo principale è la diffusione della notizia che la Corea del Sud potrebbe vietare il trading in criptovalute.
Tutti gli analisti concordano sui dati e sottolineano, infatti, come il crollo del prezzo del Bitcoin ha avuto inizio subito dopo che l’agenzia di stampa sudcoreana Yonhap ha riferito che il ministro delle Finanze Kim Dong-yeon aveva riferito ad una radio locale che il governo avrebbe proposto una serie di misure per “reprimere la mania degli investimenti in criptovaluta”, considerata del tutto irrazionale e pericolosa per i risparmiatori.
Lunedì scorso il governo della Corea del Sud aveva rivelato l’intenzione di vietare la compravendita di monete virtuali, anche se un piano preciso non era ancora stato definito. Ma quello che a Seul pensano di Bitcoin e delle altre criptovalute è piuttosto chiaro.
Perchè proprio la Corea del Sud?
La Corea del Sud è, peraltro, uno dei Paesi dove si è diffusa più fortemente la cripto-mania, e dove è rilevante il numero delle transazioni già effettuate in criptovaluta. Secondo quanto riporta la Cnbs oltre 200 mila persone avrebbero già sottoscritto una petizione per impedire al governo di bloccare il mercato delle criptovalute.
Come si sta muovendo la Cina
La Cina blocca il trading centralizzato delle criptovalute, altro crollo
Ma la Corea del Sud non è l’unico Paese che in questi giorni sta inquietando i possessori di criptovalute. Secondo quanto riportato dalla Reuters, il vice Governatore della banca centrale cinese, Pan Gongsheng, sarebbe nelle intenzioni anche delle autorità cinesi vietare tutte le piattaforme che offrono servizi di trading centralizzato sulle criptovalute. Il trading centralizzato, in sostanza, è quello cambio di criptovaluta attraverso piattaforme come Coinbase o Kraken, i canali più diffusi. L’indicazione arriverebbe da una memo inviata dal vice Governatore a un incontro tra le autorità di controllo su Internet. Peraltro in Cina esistono già delle limitazioni sulle miniere di criptovalute.
E l’Europa?
Anche nel Vecchio Continente iniziano a prendere forma controlli e monitoraggi dei principali Governi sulle criptovalute. La Francia ha annunciato un osservatorio per difendere i risparmiatori. Per il ministro dell’economia d’Oltralpe Bruno Le Maire la decisione è dovuta “ai rischi delle speculazioni, legate in maniera particolare ai bitcoin”. La guida dell’osservatoria è stata affidata all’ex Governatore della Banca di Francia Jean-Pierre Landau, già da tempo molto scettico nei confronti delle criptovalute.
Dalla Germania arrivano anche indicazioni all’Unione Europea in tal senso. A parlare è Joachim Wuermeling, presidente della Bundesbank, secondo cui “la creazione di regolamenti nazionali contro le criptovalute sarebbe inutile senza un coordinamento internazionale quanto piu’ ampio possibile”.
Ma al momento l’Unione Europea sul tema è sostanzialmente ferma. Ad oggi esiste soltanto la Direttiva contro il riciclaggio di denaro anche sotto forma di criptovalute. Un atto che non può certamente essere sufficiente per mettere le redini alla nuova valuta, pensata per essere utilizzata anonimamente e senza l’intermediazione di istituti bancari, e proprio per questa giudicata a forte rischio.
In Italia
In Italia, invece, nulla si muove sul tema delle criptovalute. Vero è che il Parlamento è stato sciolto lo scorso mese di dicembre, e che siamo a meno di 2 mesi dal giorno delle elezioni. Il Governo, invece, è ancora in carica, ma soltanto per l’ordinaria amministrazione e per gli affari indifferibili.
Ma possiamo permetterci, in un mondo che corre in 4k, di andare ancora con il tubo catodico?












