Domenica scorsa verso le 18,30 ho raggiunto Toritto e la nuova sede della locale sezione dell’Associazione Nazionale Bersaglieri. C’era un’estrazione con in palio, insieme a carne d’agnello o olio d’oliva, le ambite ed immancabili mandorle, orgoglio e simbolo di Toritto, tant’è che il gelataio artigianale di cui vi ho scritto, cari lettori, non manca mai di proporre tra i gusti serali l’ottimo gelato “alla mandorla di Toritto”.
Il motivo di tanto mio interesse sta in quell’insegna. La sezione è dedicata al fratello di mia madre, quell’Antonio Loizzi, eroe di guerra e mito di noi nipoti, per la personalità unica. Figlio di Pasquale Loizzi, segretario generale del Comune di Bari, che aveva cominciato la carriera da Segretario comunale di Toritto, avvocato penalista di grido del foro milanese, già allievo ufficiale dei bersaglieri, degradato perché “pescato” da ufficiale di picchetto a giocare a carte con i soldati di guardia, aveva ottenuto due medaglie d’argento e altre decorazioni con motivazioni varie, tra cui quelle delle foto presenti nella bella sezione torittese.
In realtà, rimasto sul fronte russo, da caporal maggiore il più alto in grado, aveva condotto all’attacco i suoi bersaglieri, rompendo l’accerchiamento dei russi, creando un varco verso le nostre retrovie e salvando così dalla prigionia e da morte, quasi certa, migliaia di soldati italiani. Come se ciò non bastasse, nella ritirata aveva scorto un cappotto fra la neve. Dentro c’era un uomo semi congelato. Se lo era caricato in spalla, proseguendo la marcia fino ad un ospedale italiano da campo, dove l’aveva affidato ai medici.
Quell’uomo era un generale. Non immaginandolo, zio Tonino aveva così salvato la vita al fratello grande, pure avvocato. Domenico (Mimì) Loizzi, noto antifascista allievo di Benedetto Croce, era stato “pescato” a sua volta, da ufficiale, ad arringare i soldati contro il fascismo.
Lo avevano destinato al fronte, in prima linea, fino alla morte. Quel generale, salvato da zio Tonino, su richiesta dello stesso, strappò quell’ordine di trasferimento al fronte, evitando a zio Mimì la morte decretata dai superiori filo fascisti. A Toritto zio Tonino tornò cinquantenne, convalescente da un infarto che l’aveva visto cadere a terra, privo di sensi, durante un’arringa. Si dedicò per qualche anno alla coltivazione di diversi campi, acquistati e rimessi a nuovo (trulli e pareti rifatte, piantumati ex novo, etc).
Andare in campagna faceva bene alla sua salute. Tra una mezza dozzina di terreni aveva tre grossi lotti a Quasano.
Uno lungo la via della sentinella, il secondo all’uscita del borgo e quello dove è nato il Murgia Garden Club e gran parte del villaggio Bellomo. Zio Tonino aveva comprato tempo prima dall’amico di famiglia, Nino Bellomo, l’attico che era stato la prima casa da sposo del geniale costruttore.
In quel palazzo, il primo costruito dal Bellomo, con i miei abitavo al terzo piano. Nino Bellomo ci raggiunse un’ennesima sera alla nostra casa di campagna a Quasano. Partita a biliardo con mio padre e zio Tonino e poi l’immancabile poker. Tra amici ovviamente, tanto per divertirsi. Fu una di quelle sere che nacque in Bellomo l’idea di dar vita ad un quartiere residenziale a Quasano, con annesso Club dotato di tutto, compresa piscina olimpionica e trampolino regolamentare.
Così Zio Tonino gli cedette i tre lotti a Quasano a prezzo d’amico e nacquero le prime grandi ville disegnate dallo stesso Nino, che erano per l’epoca davvero straordinarie. Due, inizialmente, e subito il Murgia Garden Club. Immediatamente, una stagione straordinaria. La ristorazione fu affidata ai Carella di Carbonara, all’epoca i più grandi ristoratori del barese: per prenotare una cena alla loro “Taberna”, occorreva la raccomandazione.
In realtà, credo che Carella fosse stato convinto ad accettare l’incarico nella poco nota Quasano da un altro fratello di mia madre, zio Angiolino, notissimo medico chirurgo, già direttore dell’Ospedale Divenere di Carbonara, che avendo operato e salvato molti dei Carella, era per loro, se non un Dio, qualcosa di molto vicino. Stagioni d’oro a Quasano. Il complesso musicale stabile era coordinato da Mimì Uva, ancor oggi un’istituzione della musica leggera barese, ma le serate con le grandi star non si contavano: ricordo avvicendarsi una settimana dopo l’altra Dorelli, la Vanoni e tutte le altre attrazioni del momento. Nino Bellomo era un grande imprenditore: quelle cene con i più rinomati nomi del momento ad intrattenere e la cucina del miglior cuoco sulla piazza erano a costi accessibili, ma assolutamente esclusive.
Ci metteva di tasca sua, Nino, ma era un investimento: i prezzi delle ville, che costruiva e vendeva con diritto all’iscrizione al club, salivano alle stelle. Stava creando un villaggio davvero esclusivo. Ripenso a quei tempi con nostalgia, scusatemi, i miei vent’anni scarsi, le cene con i genitori, il primo amore. Fu lì che Enrico Dalfino, che mi aveva messo in mano i libri di amministrativo, in un’assolata estate fatta di spiegazioni fantastiche, mentre grilli e cicale ci stordivano, festeggiò la sua nomina a Sindaco. Non gli avrebbe portato bene. Arrivò poi la Vlora con il suo straripante carico umano.
Mi chiedo, a quaranta e più anni di distanza, dove sia finita quella Quasano. Le grandi ville progettate da Nino, con almeno un migliaia di metri di verde ciascuna, sono state sommerse da centinaia, forse migliaia di case tutto cemento, finanche il parco del Murgia Garden è diventato una serie di ville a schiera. La borgata aveva grandi prospettive, tanto che vennero i tecnici di Agnano a verificare se poter costruire alle porte di Quasano un ippodromo. Altitudine e aria risultarono ideali per i cavalli. Le difficoltà create dagli amministratori comunali di Toritto li indussero a lasciar perdere. L’aria magnifica, Quasano o Quasani nasce come antico luogo di cura per gli affetti da malattie polmonari, la distanza minima da Bari, una trentina di chilometri scarsi, ne farebbero l’ideale per viverci tutto l’anno.
L’abbandono è invece totale. Non una stazione, anche mobile, dei Carabinieri, a garantire la sicurezza, non uno straccio di guardia medica –se non d’estate- per chi ne avesse necessità. In realtà il pronto soccorso efficiente più vicino è ad Altamura, equidistante da Quasano rispetto a Bari.
Lo stato di abbandono in cui giace, domenica scorsa sono stato letteralmente divorato dalle zanzare, è testimoniato da un fatto incredibile. Da tantissimi anni è scomparso il servizio pubblico di trasporto, che un tempo, almeno nei mesi estivi, veniva assicurato dalla “corriera”, un autobus con una trentina d’anni sulle spalle e un’infinità di chilometri percorsi. Non c’è un solo mezzo pubblico che congiunga una tratta di una ventina di chilometri per raggiungere da Quasano la stazione della ferrovia di Mellitto, quella di Toritto –ma si potrebbe evitare-, e Mariotto, servita da autobus per Bari e Bitonto.
In un mondo civile che ha scoperto che l’uso del mezzo privato va disincentivato, a favore di quello pubblico, per inquinar meno, risparmiare carburanti sempre più preziosi e costosi, Quasano, grazie all’insipienza degli amministratori torittesi di oggi e di ieri va nella direzione opposta, neanche fosse il più arretrato paese del luogo più nascosto al mondo. Per non parlare dei progetti estivi finanziati e sostenuti dall’ultima amministrazione recentemente insediatasi. Erano così scadenti che ho deciso, al pari di tanti altri baresi, di restarmene l’intera estate a Bari e tornare in quel di Quasano solo quando loro e le loro oscene realizzazioni si fossero trasferite a Toritto per svernare. Tra l’altro Bari mi risparmiava l’invasione di mosche, zanzare, vespe ed insetti vari in quantità industriali, gentilmente forniti grazie all’amministrazione torittese, incapace di frenarne l’invasione. Dalle stelle alle stalle. Questa è Quasano.












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