Resistenza, ora e sempre. Mutuiamo un sentimento caro ai partigiani italiani e prestiamolo a quanti lo sperimentano ogni giorno nelle nostre campagne. A Minervino Murge esiste ancora un microcosmo di pastori “resistenti” alla robotizzazione dell’allevamento, che preferisce jazzi e mungituri per estrarre il latte dalle pecore e anteporre la qualità dei loro prodotti – formaggi, ricotta – alla ricerca spasmodica del prezzo concorrenziale.
“Purtroppo oggi nei supermercati i clienti non colgono la differenza fra prodotti tradizionali e industriali”, è l’amaro commento del pastore Sabino, uno degli ultimi minervinesi ad essere rimasto fedele agli insegnamenti tramandati da nonni e bisnonni.
Il declino della pastorizia a Minervino Murge. Siamo a Minervino Murge, piccolo borgo che domina la Murgia dalla sua posizione privilegiata. Viene soprannominato il Balcone delle Puglie, perché la crescita dell’insediamento urbano è avvenuta solo da un versante della collina su cui si erge.
Minervino Murge è un paese fiero della propria identità. Al termine del secondo conflitto mondiale ci volle l’intero battaglione San Marco dell’esercito italiano per scardinare la rivolta che i cittadini minvervinesi avevano scatenato per protestare contro l’intero Paese. Forse anche per via dell’indole dei suoi abitanti che la regista Lina Wertmüller scelse proprio Minervino per ambientare il film I basilischi nel 1963.
Negli anni di maggior fortuna – Minervino raggiunse nel 1951 i 20.000 abitanti – la ricchezza proveniva essenzialmente dal settore primario. Agricoltura ed allevamento hanno sfamato intere famiglie numerose, grazie al sacrificio e alla dedizione di braccianti e pastori. Secondo Sabino, “un tempo a Minervino la popolazione ovina e caprina negli allevamenti tradizionali superava le 20’000 unità. Oggi – stima – si sono decimate: ci saranno al massimo 2.000 capi”. Secondo il censimento dell’agricoltura dell’Istat, anno 2010, a Minervino ci sono 7911 pecore, di cui oltre 500 negli allevamenti superiori a 300 capi – verosimilmente a marchio industriale.
Lo jazzo, tradizionale ricovero per le pecore in attesa della mungitura, è stato ampiamente sostituito da processi automatizzati, dove la presenza dell’uomo è sempre meno necessaria, se non per avviare il funzionamento dei macchinari. “Ma l’allevamento è innanzitutto contatto con l’animale – ammonisce il pastore – senza alcuna mediazione con la tecnologia”.
Un lavoro che non conosce soste. Complice il calo demografico, che ha visto Minervino svuotarsi già dall’inizio degli anni ’70, ed il progressivo invecchiamento della popolazione residente, i pastori sono diminuiti a vista d’occhio. Un’attività non semplice, meno ambita dai giovani, sempre più protesi verso la costa e il capoluogo pugliese. “Fare il pastore significa abituarsi ad un lavoro duro, che non conosce soste – spiega Sabino – Un rapporto stretto con la natura che è sinonimo di levatacce. E le primi luci dell’alba in inverno significano lottare con il freddo. D’estate, invece, sono insetti e moscerini a farti compagnia”.
Ne vale davvero la pena? Nel suo piccolo allevamento, portato avanti con sudore e sacrificio in una piccola masseria – in affitto – fra Minervino Murge e Andria, oggi ci sono circa 300 pecore. “Un tempo le pecore erano una ricchezza, non solo per il latte e per la carne ma anche, soprattutto, per la lana”. Sabino ricorda che “un kg di lana poteva fruttare 3’500 lire dell’epoca, bei soldi”. Oggi invece, oltre al danno, la beffa. “Adesso per tosare le mie pecore devo racimolare 1’000 euro. Soldi che non mi rientreranno perché questa lana è poco ricercata”.
Ciò nonostante, Sabino continua ad osservare le sue pecore attraversare le aperture del mungitore. “È un lavoro a cui sono affezionato – confessa fiero il pastore Sabino, dall’alto dei suoi 66 anni, di cui 50 passati in fattoria – Non sono mai riuscito ad immaginarmi rinchiuso fra quattro mura. Oggi – ammette – lascerei volentieri, per riposarmi. Non posso, perché i miei figli hanno difficoltà nel trovare lavoro e qualcuno deve pur reggere la baracca”.











