HomeBlogSostiene GaudianoScianel, la donna forte e sola di Gomorra

Scianel, la donna forte e sola di Gomorra

Sparano, uccidono, torturano, sventagliano mitragliate a destra e a manca, spacciano, trafficano, si vendicano anche dei propri famigliari. E poi arriva un dorato e sbrilluciccante vibratore a doppia azione formato xxl per scatenare una polemica che non si vedeva dai tempi di Bill Clinton quando aveva capito che è meglio tenere la poltrona sotto il sedere e le gambe sotto la scrivania.

Il neorealismo moderno distillato dalla serie Gomorra ha raggiunto il suo apice con la meravigliosa interpretazione, a tratti struggente, della canzone “Non so ‘na bambola” offertaci da Scianel nell’ultima puntata andata in onda martedì 7 giugno. Una scena che assume una connotazione ancora più beffarda se si pensa che da lì a poco la camorrista verrà arrestata, sancendone la definitiva (forse) uscita. Perché in quella sequenza c’è tutto un mondo, una sorta di ricerca introspettiva della protagonista, fino ad allora presentataci nella sua spietatezza da donna della camorra, dedita ai loschi traffici, al gioco d’azzardo e alle boutique dove acquista capi firmati, usufruendo dello sconto “Scianel”, obsviouly. Già uno spiraglio di umanità ci era stato mostrato con il comportamento materno della donna, dedita al preservare la castità della giovane nuora in attesa dell’uscita del proprio pargolo dal carcere dove, sicuramente per un errore giudiziario come si dice sempre in questi casi, sta scontando sette anni di galera. Il suo voler tutelare la famiglia così duro, così veemente, è una vera lezione degna del “Family Day”, e da questo si capisce come la matrona partenopea sia una fan sfegatata di Adinolfi (chissà, magari quell’amore per il Texas Holde’m è proprio un omaggio al corpulento attivista). Certo, non è uno stinco di santo, basta guardare la fine che riserva al giovane amante della nuora Marinella, ma qualcuno ci potrebbe vedere anche una specie di inversione dei ruoli, una sorta di Woman Power in un contesto storico in cui la parola “femminicidio” è drammaticamente alla ribalta. Per una volta tanto è una donna che comanda e decide chi deve morire, ovviamente uomini, e anche le pari opportunità sono sistemate. Anche in merito alle quote rosa Scianel gioca un ruolo fondamentale nella serie, ricoprendo un ruolo di dominio a differenza delle altre donne che scelgono una vita quasi sacrificata agli uomini e ai loro intrallazzi, salvo poi in alcuni casi ribellarsi e decidendo di prendere la propria vita tra le mani. Tanto per non scontentare nessuno, c’è anche un personaggio transgender, dipinto nella sua assoluta integrità morale e innamorata, ma destinata a rinunciare alla felicità perché gli altri uomini del clan non comprenderebbero un amore gay. E quell’uso forsennato della parola “ricchione” la dice lunga sul razzismo che domina nella malavita. Quindi, pure Luxuria è sistemata.

Ma mentre l’Immortale, Don Pietro, Genny, Malamò, O’ Principe, O’Nano, O’ Track, O’ Mulatto, O’ Zingaro, O’ Pescivendolo, O’ Trovatello, O’ Baroncino, O’ Fringuello e O’ Cazz (che non si è ancora palesato ma viene spesso nominato in vari contesti) ricoprono ruoli di primo piano, soprattutto quando la regia indugia sulla loro fronte prima che venga colpita da una pallottola, Scianel con la sua grazia e sensualità innata irrompe sempre come un fulmine, novella Norma Desmond sulla scalinata in attesa che l’occhio di falco la illumini. Fasciata nelle sue mise maculate e le scarpe argentate con zeppa modello Pinball wizard, la sigaretta sempre stretta tra le labbra e l’inconfondibile abilità olfattiva (riesce a sentire la puzza di un cadavere anche quando il soggetto è ancora vivo), la donna è la protagonista indiscussa in barba ai suoi più decantati colleghi. Il suo temperamento verace e sanguigno da donna meridionale contribuiscono notevolmente ad ammaliare lo spettatore, costringendolo a sgranare gli occhi e a bramare il suo sguardo magnetico, mirabilmente incorniciato da delle sopracciglia posticce che sfodera delicatamente anche alle otto del mattino, una citazione delle grandi dive del passato che, nei film, si svegliavano con trucco e parrucco perfetto e riuscivano a dire “ho passato una nottata tremenda”.

Nonostante tutto, fino a qualche giorno fa le polemiche su “Gomorra” erano incentrate totalmente sulla violenza ostentata, sulla rappresentazione dei quartieri periferici napoletani non filtrata e pregna di realismo esasperato, con le Vele di Scampia che si stagliano all’orizzonte come la Morte Nera, apoteosi del male assoluto e della mancanza totale della legalità e dello Stato. Con Secondigliano e Torre Annunziata e i loro tunnel e capannoni testimoni di summit di mala, quelli dove viene deciso chi vive e chi muore. Addirittura, l’attacco alla creatura di Saviano, l’intoccabile Saviano, era arrivato dal govenatore della Campania De Luca, un uomo che ha votato la propria vita politica all’onesta e alla trasparenza, che ha individuato in “Gomorra” una serie dagli effetti urticanti, una cartolina sporca della città che cozza violentemente con i luoghi comuni della pizza e del mandolino. De Luca si veste metaforicamente da Pulcinella per sottolineare lo iato tra la brava gente e i criminali, sottolineando che certe realtà corrotte e dedite all’illegalità sono presenti in quasi tutte le grandi città e identificando in “Gomorra” un nemico da distruggere, alla faccia dello stratosferico successo di vendite all’estero del prodotto. Forse teme l’organizzazione di tour turistici presso i luoghi delle riprese, a discapito del Vesuvio e Mergellina, ben consapevole della favolosa creatività partenopea. E, mentre il governatore continua la sua battaglia, la serie continua a registrare ascolti formidabili e, udite udite, l’uso delle frasi del film e dei nomignoli dei protagonisti oramai divenuti di uso quotidiano dalle Alpi a Lampedusa. In barba a chi pensa che la fiction possa influenzare negativamente gli spettatori al punto di farli identificare nei suoi anti-eroi (anche perché i protagonisti attecchiscono fedelmente ad una realtà già ben presente e radicata nel territorio).

L’oggetto dello scandalo

Ebbene, ora il fuoco si è concentrato su Scianel e il suo vibratore.
Qualcuno ha trovato di pessimo gusto la scena in questione, di un trash pazzesco e di un’inutilità elementare, come se fosse stata messa lì solo per far ridere per qualche secondo il pubblico e deconcentrarlo dalla violenza che stava per esplodere durante il montaggio incrociato. Ma no, non era trash, non c’era pessimo gusto. Nulla di tutto ciò.

Il messaggio reale era l’umanità che risiede in ognuno di noi, anche in un criminale. Scianel è una donna tanto potente quanto sola e il fatto che usi un vibratore di una certa forgia per il proprio sollazzo è di una normalità sconcertante, a voler spingere ogni donna a simpatizzare per qualche minuto con una loro rappresentante. L’uso a mò di microfono è di un dualismo freudiano, il piacere del corpo unito a quello della musica, accompagnato da un testo struggente in cui una donna sottolinea la sua esistenza come essere umano e non come un semplice oggetto. Come detto prima, proprio quella sottile differenza che divide Scianel dalle altre donne del clan. Addirittura l’interprete originale della canzone, la neomelodica Cinzia Oscar (un cognome, una carriera già spianata) ha preso talmente male l’accostamento della sua arte alla scena che ha deciso di denunciare la produzione perché “il testo non ha nulla a che fare con il contesto”, sfoderando alla fine il colpo mortale con “Gomorra è una serie che continua a infangare Napoli e chi ci lavora, nella fattispecie io”.

Tutti contro “Gomorra”. Tutti contro Scianel e il suo vibratore. Anche una cantante che, chissà, magari riuscirà a vedere una sua canzone nella classifica di iTunes (dopo anni di onorata carriera) grazie a quel prodotto che tanto denigra. Perchè ora la cosa più importante è sottolineare la grezzissima scena della Lady Macbeth di Scampia, accantonando per qualche tempo il vero obiettivo della serie: avvincere si lo spettatore ma fargli anche capire come funzionano davvero le cose a qualche chilometro dalle strade dello shopping e i bar di tendenza. Forse è più facile concentrarsi su un vibratore che ammettere ad ogni inquadratura che lo Stato perde quotidianamente migliaia di sfide in migliaia di periferie in tutta la nazione. Ma tant’è, in fondo siamo in Italia e non ci sarebbe da stupirsi se quel vibratore ora andasse a ruba.

Per la cronaca: alla modica cifra di 199 euro.

State senza penzier.

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