Twin Peaks, l’assurdo senso della vita lynchiana finisce qui. O no?

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Venticinque anni dopo le cose sono cambiate tornando venticinque anni indietro. Un paradosso che spiega, in qualche modo, cosa è stata la terza stagione di “Twin Peaks”.

[POSSIBILE SPOILER ATTENZIONE]

Come già scritto qualche mese fa in occasione della premiere, non è possibile trovare un filo logico nella narrazione Lynchana e, il season finale di questa notte, ne è la conferma. Seppur, tuttavia, con una pallida speranza di logica irrazionalità.

Abbandonando il campo minato delle spiegazioni cervellotiche (totalmente inutili per ammissione dello stesso regista), non resta che la semplice, pura constatazione dei fatti: quel genio scapestrato di David Lynch ci ha tirato, forse, il più grande tiro mancino della storia della tv mettendo in atto il più semplice degli escamotage, quel trucco off-limits per qualsiasi sceneggiatore che non voglia essere inseguito da una folla inferocita di telespettatori. Ma andiamo per gradi.

Cos’è stata, in primis, questa nuova stagione? Nè un revival, né un reboot, bensì il ritrovare la stragrande maggioranza della popolazione di Twin Peaks con più di due decenni sulle spalle fisicamente ma le stesse storture mentali di un tempo, se non addirittura peggiorate. E, in alcuni casi, fondamentali alla narrazione. Perchè proprio la Signora Ceppo, personaggio ampiamente sottovalutato nelle prime due antologie e quasi denigrato e deriso per la sua assurdità, è una delle chiavi per la soluzione di alcuni misteri (attenzione: alcuni!). Mentre il dottor Jacobi oramai completamente fuori di testa è il risolutore involontario per il coronamento definitivo della storia d’amore tra Earl e Norma. Mistery e soap opera si mischiano come sempre, dosando sapientemente gli ingredienti come in questi due casi.

Ovviamente, il romanticismo non è quello banale e in superficie, almeno per i canoni di Lynch. Perciò facciamo finalmente la conoscenza di Diane, la misteriosa donna a cui si rivolge l’Agente Cooper quando registra le sue note vocali, scoprendo che è, udite udite, proprio il grande amore di Cooper. C’è poi la parabola ascendente di Dougie Jones, da umile assicuratore vessato dalla moglie a vero capofamiglia amato da tutti. E scopriamo anche che fine ha fatto Audrey Horne, la femme fatale decaduta e ridotta a caricatura di se stessa. Inutile dire che Diane non è Diane, bensì è un doppelganger cattivo come lo Dale Cooper lo è di Doug Jones, mentre Audrey è sposata con un uomo brutto e basso che odia e tradisce apertamente fino a guardarsi allo specchio struccata dopo aver ballato come solo lei sapeva fare sulle note della colonna sonora di Angelo Badalamenti. Ecco, nulla è normale.

Non è normale Jeffrey (David Bowie) che ritorna sotto forma di fumo per aiutare il Cooper buono e far cadere in trappola il Cooper cattivo. Non è normale il direttore dell’FBI Gordon (David Lynch stesso) che sogna di prendere un caffè a Parigi con Monica Bellucci (nei panni di… se stessa…) in una scena che è, in realtà, la spiegazione più plausibile a tutto. Non è normale BOB, lo spirito maligno, che viene sconfitto da un pugno sferrato da un ragazzino che ha trovato un guanto verde di lattice che gli conferisce un destro da Mike Tyson. Non è normale la pletora di personaggi minori che gravita nella storia, assassini incalliti, nani serial killer, impresari di Las Vegas dal cuore d’oro. Una fauna di inumanità come non si era mai vista sul piccolo schermo, roba da fai impallidire la doppia vita dei personaggi storici.

La domanda è: tutto questo a un senso? La risposta è sempre la stessa: no.

O forse si, ma dobbiamo soffermarci sulle due spiegazioni più plausibili. E gli indizi sono due, quante sono le due parti narrative in cui si possono scorgere.

La prima spiegazione è che è tutto un sogno, l’escamotage da linciaggio di cui sopra. Il cinema e la tv ci hanno abituato a colpi di scena incredibili, piazzati a regola d’arte per non far dire allo spettatore “Ecco, lo sapevo che era tutto un sogno!”. Bene, Lynch potrebbe aver adottato la soluzione più semplice per spiazzare definitivamente tutti.

Due particolari rimandano a questa teoria: la faccia in bianco e nero di Cooper in sovraimpressione in tutta la sequenza nell’ufficio dello sceriffo Truman, con tutto o quasi il cast principale al completo, sembra osservare tutta l’azione come se fosse frutto della propria incoscienza, come se un sognatore stesse osservando il suo sogno. E qui arriva la frase di Monica Bellucci, quella del sogno (ancora) di Gordon: “We are like the dreamer who dreams inside the dream, but who is the dreamer?”. Già, chi è il sognatore che sogna nel sogno? E di chi sarebbe questo sogno? Presto detto. Dopo una notte d’amore in un motel, dopo essersi finalmente ricongiunti, Cooper si sveglia e trova un biglietto di Diane, scomparsa, in cui la donna lo chiama Richard e si firma Linda.un sogno di Richard, ogni singolo evento dalla prima puntata della prima stagione è frutto della sua mente? E chi è Richard?

La seconda spiegazione è che Cooper è entrato in un’altra dimensione e ha cambiato il futuro. Se è vero, come viene affermato, che “il passato determina il futuro”, il passaggio in un altro livello temporale potrebbe essere stato determinato dall’ingresso di Cooper nella stanza 315 del Great Northern Hotel.

Accompagnato da Diane e Gordon, Copper entra nella stanza affermando che si rivedranno tutti presto. Riappare nel bosco di notte, la sera dell’omicidio di Laura Palmer.

Qui Cooper salva Laura prendendola per mano e portandola via, tant’è che il suo cadavere impacchettato nel cellophane scompare dalla riva del fiume, cambiando definitivamente gli eventi della primissima puntata della serie. Laura è salva, lieto fine quindi. No, perchè Cooper ha cambiato il corso degli eventi e sembra essere intrappolato nella dimensione che lui stesso ha cambiato definitivamente. Così ritrova Laura, cameriera in una tavola calda che si chiama Carrie Page.

La raggiunge nella sua abitazione e la convince a seguirla fino a Twin Peaks da Odessa, tentando di farle riacquistare la memoria. Carrie accetta di buon grado per fuggire di casa, anche perchè nel suo salotto c’è un uomo seduto con una pallottola nella fronte. Al termine di un lungo e silenzioso tragitto, i due arrivano davanti la casa di materna di Laura. Qui Cooper scopre che Sarah, Leland e Laura non sono mai esistiti, cominciando a temere di aver davvero cambiato la storia. Mentre stanno risalendo in auto, l’uomo ha un’intuizione e chiede a Carrie/Laura che anno sia. La ragazza terrorizzata urla, le luci lampeggiano nella casa. Titoli di coda.

A dir la verità, ci sarebbe una terza spiegazione, forse troppo mistica, ma prendendo in considerazione l’ottava puntata (quel capolavoro che ha visivamente cambiato la storia dei telefilm) , potremmo spingerci a pensare che, in una storia di doppie e triple personalità, il male abbia definitivamente vinto.

Se le esplosioni nucleari avevano creato negli anni ’50 i varchi temporali, la loggia bianca e la loggia nera, il bene e il male, l’urlo di Carrie mentre guarda la sua casa potrebbe indicare il suo orrore per aver ricordato qualcosa: suo padre Leland, sua madre Sarah, lei stessa, ora non esistono più, sono diventate un’unica identità malvagia, una sorta di BOB (e quel cadavere sul divano potrebbe esserne la spiegazione) che si è ritrovata davanti al suo habitat naturale, il luogo catalizzatore di tutte le apparizioni del maligno, ovvero la sua vecchia casa. Era lì che lo spirito risiedeva quando usciva dalla Black Lodge ed è lì che si è impossessato di Leland. Venticinque anni prima Cooper, adesso lei, stesso finale. Quanti anni dopo non è dato sapere.

Arte pura, come tale soggettiva, come ogni interpretazione che gli si vuol dare, Stucchevole? Assurda? Sicuramente magistrale, un’evoluzione di “Mulholland Drive” e del concetto di coscienza portata all’esasperazione.

Piani sequenza interminabili, silenzi talvolta volutamente ironici, un cast meraviglioso, con un doppio Kyle MacLachlan che dovrebbe essere portato agli Emmy in trionfo e Naomy Watts e Laura Dern brave come non mai, oramai muse conclamate di Lynch. Se ci sarà una continuazione nessuno lo sa, molto probabilmente no. Stavolta nessuno ha sussurrato “ci rivedremo tra 25 anni…” e resta quella ovvia sensazione di amarezza per il cliffhanger. Che poi non è un cliffhanger. Basta scegliere come la si vuol vedere. Sogno? Salto dimensionale?

Fate voi.

“Silencio”.

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