Solitamente, una recensione comincia sempre con una descrizione del plot senza svelare eventuali colpi di scena. Nel caso di 10 Cloverfield Lane ci hanno pensato i distributori europei a rovinare sin dalle locandine cosa si nasconde fuori dal bunker in cui si svolgono tre quarti dell’azione della pellicola. Se siete tra i fortunati (?) che non sono disgraziatamente incappati in uno di questi poster, verrete preventivamente avvisati nel corso di questo articolo nel momento in cui arriverà uno spoiler grande quanto un palazzo. Con relativa reazione che, è bene dirlo subito, non è per nulla entusiastica.
Circa tre mesi fa ha fatto capolino sul web un misterioso trailer di circa 60 secondi: scene di vita di un ragazzo, una ragazza ed un energumeno all’interno di quella che sembra una comune abitazione, fin quando un terremoto dipinge il terrore sui loro volti. Su schermo nero si udiva una voce che affermava “Qualcosa sta arrivando” e, in sovrimpressione, il titolo: “10 Cloverfield Lane”, appunto. Tra i credits era ben visibile il nome di J.J. Abrams come produttore e molti cinefili saltarono sulla sedia. Dopo otto anni stava per arrivare come un fulmine a ciel sereno il presunto sequel di “Cloverfield”, il film found-footage che narrava dell’attacco a New York da parte di un colossale mostro emerso dal mare e della lotta per la sopravvivenza di un gruppo di ragazzi. Il film fu un successo planetario, spinto anche dal viral marketing su internet messo in atto dalla produzione, un’idea geniale che riuscì ad annulare quasi del tutto i costi di pubblicità sfruttando al massimo il passa parola sulla rete e le relative speculazioni degli spettatori. Il buon J.J. era l’ideatore e produttore dell’opera e non è esagerato affermare che la sua fama e le relative offerte di lavoro piovutegli sulla testa in seguito erano triplicate grazie a questa pellicola. Il papà di “Alias” e “Lost” aveva centrato il bersaglio, portando a casa incassi milionari con il minimo sforzo ma, bisogna riconoscerlo, con un film davvero notevole.
Per anni i fan hanno aspettato notizie concrete su un caldeggiato seguito di cui J.J. aveva sempre parlato e, quest’anno, ha sfornato a sorpresa il suo regalo. La storia è abbastanza semplice: Michelle (Mary Elizabeth Winstead) si risveglia dopo un tremendo incidente stradale ammanettata in una stanza di un bunker sotterraneo costruito da Howard (John Goodman). L’uomo svela alla ragazza di averla salvata e portata al sicuro per sfuggire ad un attacco nucleare su scala mondiale, tentando di convincerla che fuori la civiltà è oramai quasi del tutto estinta. Michelle tenta subito una fuga ma, arrivata davanti la porta d’uscita, si rende conto che davvero qualcosa di terribile è accaduto lì fuori. Convinta della catastrofe comincia a vivere con Howard ed Emmet (John Gallagher), un altro sopravvissuto, una normale per quanto possibile vita, grazie anche ai comfort che Howard ha allestito durante la costruzione del bunker. Quando alcuni indizi cominciano a far traballare la teoria di Howard, i due ragazzi decidono di tentare nuovamente la fuga, scatenando la vera natura di Howard.
AVVISO AL LETTORE! Ora cominciano gli SPOILER
Non perché sia divertente rovinare la sorpresa ma per mettervi in guardia da quello che vi aspetta. E anche per giustificare il giudizio sulla pellicola. Saltate il prossimo paragrafo se volete…
Che ci crediate o no, Howard non è totalmente pazzo. Certo, uccide Emmet a sangue freddo una volta scoperto il piano di fuga, ma lì fuori è davvero successo qualcosa di terribile. Michelle riesce a costruire una tuta contro le radiazioni (davvero, con una bottiglia di plastica e un po’ di taglio e cucito chi non riuscirebbe a costruirla?!), dà fuoco al bunker e riesce a scappare per scoprire che fuori di radiazioni non c’è traccia. Non c’è stato nessun attacco nucleare, l’aria è respirabile, le piante sono floride e il cielo è azzurro. Se non ci fossero le astronavi aliene, tutto sembrerebbe normale. La reazione di Michelle appena scorge la navetta spaziale è tutta un programma: quel “Oh, come on…” è la stessa cosa che sospirano gli spettatori, come per dire “Ma ‘na cazzata migliore non potevate inventarla?”. Ma il peggio deve ancora venire, perché dopo essere stata attaccata da un cane alieno mostruoso, Michelle scappa con una macchina ma viene prelevata dal raggio traente di un’astronave. Per fortuna, la nostra eroina trova una bottiglia di whiskey e un accendino, costruisce una rudimentale molotov, la scaglia nel cuore dell’astronave, la fa esplodere, vola con l’auto per venti metri al suolo, sviene, si risveglia, mette in moto la macchina, riparte, accende l’autoradio, sente una trasmissione che parla di sopravvissuti a Houston e decide di andare con loro a combattere. Mentre nel cielo si stagliano le sagome di decine di altre astronavi. Quelle stesse astronavi che sono in bella vista nel poster europeo menzionato all’inizio di questo articolo.
FINE DELLO SPOILER, potete riprendere la lettura
Appurato che il titolo è un puro pretesto per inaugurare, a detta di Abrams, una sfilza di film in cui “Cloverfield” dovrebbe suonare tipo “Twilight zone”, e superata la delusione iniziale del aver scoperto che questa pellicola non c’entra nulla con quella precedente, bisogna capire qual è lo scopo di questa accozzaglia di generi. Tralasciando la parte finale, si viaggia dal thriller all’horror, passando per il dramma sentimentale ad una velocità insostenibile per qualsiasi spettatore dotato di un quoziente intellettivo nella media. Il tema del piccolo gruppo di persone isolato in un ambiente claustrofobico (che ha visto in “La cosa”, “Atmosfera Zero” e il primo “Alien” i suoi migliori esempi) non viene minimamente rinverdito da questa pellicola, incapace totalmente di mantenere alta la tensione narrativa e, in certi momenti, risultando anche piuttosto noioso. A voler essere di bocca buona si potrebbe soprassedere su alcune incongruenze nella storia alquanto grossolane ma, visto il colpo di scena finale, si veleggia inesorabilmente nel canale dei B-movie. Le uniche cose realmente degne di nota sono la regia asciutta del giovane Dan Trachtenberg (nulla di che, sia ben chiaro, ma nella mediocrità complessiva spicca sempre il meno peggio) e la recitazione maiuscola di John Goodman, verrebbe da dire da Oscar, unica pagina positiva di una pellicola dimenticabile. Tanto che sorge quasi il dubbio che l’ultima mezz’ora sia stata incollata per sfruttare in qualche modo il marchio “Cloverfield” e tirar su più pubblico possibile. Costato “solo” 5 milioni di dollari, ha registrato incassi più che onorevoli in patria. Vedremo se gli spettatori europei sapranno riconoscere, come di solito sanno fare, il cinema dalla mera operazione commerciale. In questo caso, cinematograficamente scadente.











