E’ stata scoperta e sgominata nel tarantino una vera e propria filiera ecocriminale formata da una serie di aziende e di figure che hanno smaltito tonnellate di rifiuti edili, anche pericolosi e speciali, abbandonandoli nelle campagne della provincia jonica, con un grave pericolo per l’ambiente ed il territorio.
La Guardia Costiera, a seguito di una complessa attività di indagine, condotta sotto il coordinamento della Procura di Taranto, ha posto sotto sequestro due dei più importanti siti in uso ad altrettante società esercitanti, nella provincia Jonica, attività di estrazione materiali da cava ed attività di recupero rifiuti, per una superficie complessiva sequestrata di circa 22.000 metri quadrati di estensione.
I militari hanno anche apposto i sigilli ad un automezzo utilizzato da una ditta di Taranto, che benché sospesa dall’Albo nazionale dei gestori ambientali, continuava a smaltire illecitamente presso i siti posti sotto sequestro tonnellate di rifiuti inerti e pericolosi (materiale bituminoso, mattoni, cemento e anche eternit) derivanti da lavorazioni edili che oltre ad essere in assenza della necessaria e prescritta documentazione che ne consentisse la relativa, corretta gestione o tracciabilità.
Le lunghe e complesse indagini della Guardia Costiera hanno accertato che fin troppo spesso gli ingenti quantitativi di materiale edile venivano abbandonati sul suolo e nelle campagne della provincia, generando una potenziale contaminazione dei suoli.
E’ stata inoltre identificata un’ulteriore impresa edile che smaltiva illecitamente i rifiuti prodotti in diversi cantieri aperti.
Cinque, nel complesso, i soggetti indagati per diversi reati di natura ambientale legati alla gestione illecita dei rifiuti, pericolosi e non che, in concorso tra loro, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, effettuavano, su larga scala e in maniera sistematica, una gestione illecita di rifiuti mediante lo smaltimento di grandi quantità di rifiuti edilizi, quantificabili in numerose tonnellate, che venivano recapitati dai siti di produzione ai siti di conferimento gestiti dalle ditte titolare delle due cave in assenza di qualsivoglia documentazione attestante la tracciabilità del rifiuto, andando così a realizzare una vera e propria filiera ecocriminale.












