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Taranto, l’ex Ilva verso la chiusura. Senza soldi e credito il futuro è segnato

Acciaierie d’Italia non riesce a pagare il gas, ed il suo Presidente, Franco Bernabè, nel corso dell’audizione davanti alla Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati lancia l’allarme.

Il rischio è davvero quello di un gravissimo ed imminente default dell’acciaierie tarantina. E nonostante gli sforzi ed i tanti soldi messi da Stato ed investitori privati il tempo stringe, i soldi in cassa non ci sono e ci sono problemi “urgentissimi da affrontare immediatamente”.

Il presidente dimissionario (da alcuni mesi ha rimesso il suo mandato nelle mani del Governo” parla senza mezzi termini: “C’è il rischio imminente che la fornitura di gas venga interrotta: serve una caparra di circa 100 milioni al fornitore ma la società non è in grado di pagare, altrimenti la fornitura in regimi di default è destinata a chiudersi a brevissimo”.

Già lo scorso anno, infatti, Eni smise di erogare gas all’impianto Ex Ilva dopo una serie di bollette non pagate pari a circa 300 milioni di euro. Dopo di che è subentrato Snam per il servizio di default, che però è scaduto lo scorso 30 settembre e, dopo la proroga al 18 ottobre per una delibera Arera, adesso senza ulteriore caparra cesserà.

L’alternativa per l’impianto tarantino sarebbe quella di una fornitura commerciale “che però – sostiene Barbabè – la situazione finanziaria dell’azienda rende estremamente difficile”.

Cosa significa? A spiegarlo a chiare lettere è il Presidente dei Acciaierie d’Italia: il sistema bancario ha chiuso i rubinetti di credito nei confronti dell’Ex Ilva e non concede ulteriori finanziamenti. Quindi la società, che comunque vanta un fatturato di oltre 3 miliardi di euro, ma ha un fabbisogno circolante superiore ai 2 miliardi di euro, non ha liquidità e non può permettersi nemmeno di pagare le bollette ordinarie. Figuriamoci se ha 100 milioni da impegnare e bloccare come caparra per le future forniture di gas, indispensabile per poter proseguire la produzione.

E’ chiaro che in questa situazione e senza ulteriore accesso al credito il siderurgico tarantino è destinato a “spegnersi per consuzione”.

Nel corso dell’audizione Bernabè ha avuto parole molto dure per tutti i soggetti in causa: ha sottolineato — nel mezzo di un confronto tra i due azionisti, Invitalia (al 38%) e ArcelorMittal (62%), per ridefinire gli equilibri — come una società di questa complessità abbia “bisogno di un’azionista che sia veramente presente in continuazione, che difenda la società, che in qualche modo sostenga finanziariamente la società. ArcelorMittal lo faceva prima. L’azionista pubblico lo ha fatto con l’erogazione dei 680 milioni ma non è sufficiente”.

Ed in ogni caso resta sul tavolo anche la questione decarbonizzazione, che è altrettanto urgente e che va fatta. Ancora Bernabè: “Non si può dire a Taranto: abbiamo scherzato, si chiude tutto lasciando il sito a marcire senza fare niente”.

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Redazione
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