Diceva Huxley nel suo celebre libro: “le primule e i paesaggi hanno un grave difetto: sono gratuiti. L’amore per la natura non fa lavorare le fabbriche. Si decise di abolire l’amore della natura, almeno nelle classi inferiori.” Un futuro, quello descritto nel 1932 da Huxley dai risvolti distopici. Le piattaforme digitali non erano state ancora create eppure si immaginava già un mondo privo di emozioni in uno stato totalitario dove i bambini non vengono più creati dall’amore di un padre e di una madre ma in provetta per poi essere educati in centri statali di condizionamento pavloviano. Seguendo la cronaca di questi ultimi terribili giorni, pare proprio che molte delle più tetre previsioni di Huxley si siano realizzate. Libri bruciati ed emozioni dissipate, come in un altro celebre libro scritto quasi trent’anni dopo da Bradbury, non trovano spazio nella moderna concezione di progresso. Ad aprirci allora una volta in più gli occhi sul tema delle piattaforme digitali è un ricercatore barese che si occupa da anni ormai di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nel Dipartimento di Scienze della Formazione, Psicologia, Comunicazione dell’Università degli Studi di Bari, il Professor Sabino di Chio.
Nel suo nuovo libro edito da Meltemi, intitolato Asimmetrie Digitali, il progresso è immaginato come un piano inclinato. Da una parte, in alto, i detentori di dati, il petrolio del nuovo millennio. Dall’altro, alla fine del piano inclinato, ci siamo noi…
Spesso infatti alcune decisioni quotidiane ci sembrano obbligate, ma occorre affrontare ogni scelta con saggezza e profondità. Non fermarsi a ciò che è bello, facile e rapido da raggiungere perché la deriva potrebbe essere inaspettata. E in fondo, l’attesa e il viaggio sono a volte più interessanti della meta stessa.
Passiamo ai dati: statistiche alla mano, nel 2015 passavamo “solo” 1 ora e 51 minuti sui social, nel 2022 quasi 2ore e 27 minuti. Possiamo immaginare quale sarà il dato del 2023…Passiamo più tempo connessi virtualmente con gli “altri assenti” che attivi in luoghi fisici e reali con gli “altri presenti”. Dal risveglio al mattino passando per l’attesa del treno o del bus sino alla pausa caffè, lo smartphone in mano è d’obbligo. Camminiamo in maniera disinvolta, quasi robotica, senza guardare il nostro percorso, facendo ciecamente affidamento sul fato a guidare i nostri passi sicuri prefigurandoci che la strada, nel frattempo, non sia cambiata rispetto all’ultima volta che l’abbiamo attraversata. Saliamo le scale di casa o del nostro ufficio con una mano, oltre alla vista, sempre occupata. Lo smartphone diviene allora prolungamento del nostro braccio e delle nostre menti. Senza alcun contatto umano, leggiamo notizie, sondiamo il meteo, cerchiamo diagnosi, simuliamo percorsi per evitare traffico, ordiniamo prodotti senza averli mai provati, parliamo con chatbot, accettiamo recensioni da perfetti sconosciuti senza minimamente porci il quesito se abbiano o meno le nostre stesse preferenze o i nostri stessi gusti. Viviamo il presente virtuale, come sostiene Di Chio, fatto di velocità, volume e varietà.
Viaggiamo sempre più con la nostra mente e sempre meno in ambienti reali. Preferiamo rimanere “sociali” nella nostra comfort zone, a contatto con la gente, lontano dalla gente.
A chi non è capitato di perdersi nei meandri delle piattaforme come in un giardino in cui i sentieri si biforcano? Sentieri così accomodanti, così accessibili e accoglienti. Pensiamo di essere padroni di quei luoghi e di quei dati, ma senza rendercene conto ne diveniamo rapidamente schiavi e dipendenti. Pensiamo di poter controllare tutto dal basso mentre siamo panopticamente controllati dall’alto.
E mentre effettuiamo l’ennesimo accesso online, produciamo dati. È una libertà quella garantita dalle grandi corporation soltanto apparente. Un’idea, quella di sharing economy, economia condivisa, che tramonta in una visione sempre più distopica del futuro: con aumenti, tra le giovani generazioni, di diseguaglianza e analfabetismo digitale.
Il momento dell’acquisto: è tutto meraviglioso, tutto ciò che vogliamo è a portata di click, nessuna inutile coda, nessun commesso scortese, nessun parcheggio a pagamento, nessun intoppo, giusto? È questo il mondo che vogliamo? Un mondo in cui l’unico interlocutore con cui parlare non sia umano in un luogo non fisico?
Non importa dunque che le città si svuotino e che i negozi o i piccoli commerci siano sempre meno, non importa che nei centri delle grandi città ci siano più turisti che abitanti? La piattaforma dunque si fa ambiente, “un Nuovo Mondo apparentemente privo di sovrani” afferma Di Chio nella sua analisi. Quello che succede in questi ambienti è di competenza delle piattaforme ma non di loro responsabilità. Di chi è allora la responsabilità? La risposta delle piattaforme non cambia: connettere le persone, nel bene o nel male. Tutti hanno un pulpito e possono esprimersi liberamente. Politici sì, ma anche influencer o terroristi. È la rivoluzione della tavola rotonda, tutti uguali, tutti pari.
I numeri, la potenza dei like e dei follower mostrano ancora una volta però il lato distorto e oscuro delle piattaforme dove l’attenzione diventa la moneta di scambio del nostro tempo. Un post senza like o una pagina senza follower rischiano di creare un vuoto nei content creator. Per questo si punta su “sensazionalismo, eccezionalità e contraffazione”. Una notizia falsa avrà molta più probabilità di essere condivisa rispetto ad una vera. Una competizione insana e frettolosa, che ha come unico obiettivo l’apparenza ma non la sostanza, la superficialità ma non la profondità. Il rischio è quello di un adeguamento, o meglio di un livellamento degli standard e dei valori proposti. Una comunità, quella dei follower, che accetta di seguire influencer, content creator e tiktoker finché restano credibili costruzione virtuale e reputazione. Un’emozione che si trasforma in omologazione. Parole, creazione e condivisione.
Rotti tutti gli schemi dei media legacy, ad attrarre l’attenzione sono i nuovi prosumer, produttori e consumatori di contenuti mediali, che condividono ogni emozione con il web riuscendo persino a superare il gatekeeping della nostra (scara) attenzione proponendo, a nostra insaputa, brand altisonanti e prodotti top di gamma. Difficile distinguere dove finisca il pubblico e dove inizi il privato, dove inizia il palco e dove finisca il “dietro le quinte”. Difficile persino scegliere, spesso scelgono le piattaforme per noi, sempre a nostra insaputa. Le piattaforme sanno come soddisfare la nostra vertigine, le nostre ansie, i nostri desideri: pronti ad agire nella “terra di nessuno”, in un ambiente ibrido dove, come in un casinò, l’evasione e la dissipazione del tempo diventano di casa. Difficile trovare controlli, organizzazione, criteri di obiettività ed etica in una piattaforma dove gli interessi di pochi prevaricano i diritti di tanti: questi appaiono come quel famoso “rumore di fondo” di cui parla Di Chio nel suo libro.
E la soluzione alle piattaforme? La soluzione c’è. Ma per quella, occorre leggere il libro!











