Dopo avere ascoltato varie sperimentazioni in ambito musicale non stupisce ritrovarsi ad inquadrare liberamente il jazz anche come musica da camera. Se esiste un classicismo nel jazz (non jazz classico attenzione!) questo è il genere di John Surman, sassofonista inglese, che a 50 anni dall’uscita del suo primo disco sta girando l’Italia per una serie di concerti. Ha fatto tappa a Bari su invito dell’associazione “Nel gioco del jazz”, per presentare il suo ultimo lavoro discografico “Invisible Threads”, pubblicato dalla storica etichetta ECM nel 2018 e salutato dalla critica come uno dei dischi più autorevoli dell’anno.
Surman è musicista poliedrico e coerente, un innovatore che ha seguito un suo personale percorso artistico: la varietà di suoni fa parte della sua ricerca, pur rimanendo nella cornice del jazz. Lo dimostra l’interesse per la musica sacra, per i temi folk e medievali, la danza, la musica corale: ha collaborato con la coreografa Carolyn Carlson, ha composto un’opera per la Cattedrale di Canterbury (ascoltata a Ruvo in un lontano Talos Festival), ha suonato con un quartetto d’archi. Il suo è soprattutto jazz modale, quello che negli anni ‘50 prese le distanze dal Bebop, e che associa ad ogni accordo scale dalle varie sfumature. Nasce con lui un nuovo linguaggio personale, sintesi di uno sviluppo autonomo del jazz europeo. In “Invisible Threads”, domina una poetica a tratti dolente, sempre intensa ed ammaliante, che rimanda a un lirismo della solitudine come lo si ritrova in alcuni musicisti norvegesi (Garbarek e Rydpal).
Attualmente Surman ha scelto una formazione a tre piuttosto insolita, con il brasiliano Nelson Ayres al pianoforte e lo statunitense Rob Waring al vibrafono: potenza della musica, capace di unire in un comune sentire personaggi di culture e continenti lontani. Forse è un ritorno a quel “trio” che aveva fondato nel 1969, ma oltre ogni reminiscenza sappiamo che l’attuale si è formato per fortunate circostanze e che inizialmente doveva essere un duo.
Dal palco del Teatro Forma abbiamo ascoltato musica ricca di stile, generosa, raffinata, pulsante, che va dritta al cuore. Da una tavolozza espressiva minimale prendono forma paesaggi sonori narrativi ed emotivi: dalla sontuosa e classicheggiante “Autumn Nocturne” alla sognante “On Still Waters”, dalla cupa “Admiral” dal lento incedere, a “Summer Song”, quasi un valzer jazz, da “Pitanga Pitomba”, varia con repentini cambi di tempo, alla title track, la più vicina al jazz standard. Su tutte brilla e vibra la luce malinconica e struggente di “Byndweed” dalla ampia apertura bachiana: una bellezza melodica fatta di sottili filigrane eteree.
Un concerto caratterizzato da larghe atmosfere liquide, rese in maniera creativa dal vibrafono di Waring, un sorprendente musicista che ha plasmato la materia sonora nella sua forma più aerea, lasciandovi galleggiare il sax soprano e il clarinetto basso di Surman: anche gli assolo al “vibes” hanno dato sostanza. Ayres al pianoforte ha sottolineato la bellezza melodica e quel generale drappeggio astratto sul quale si sono librati i flussi armonici, leggeri e contemplativi, di Surman: una espressività che trascende i generi.
Splendida anche la copertina del disco: una linea d’ombra indefinita, confine impercettibile fra luce e buio, là dove si colloca l’anima quando prova a cercare sé stessa nel momento più ambiguo.




















