Si attendeva la virata, il colpo di coda, il colpo di reni finale. E invece anche in Germania avanza il partito Afd, Alternative für Deutschland, di estrema destra guidato da Alice Weidel che si impone lasciandosi alle spalle l’SPD di Olaf Scholz. Meglio di lei fa solo la CDU/CSU di Friedrich Merz che raggiunge 208 seggi. Ora però con 152 seggi conquistati il dialogo, e la riflessione, è d’obbligo. Sembrano lontani i tempi in cui a parlare di Europa e di Unione sedevano personaggi di spicco e di valore come Rober Schuman, Paul Henri Spaak, Jean Monnet e Altiero Spinelli.
Lo si era evinto già nelle ultime elezioni europee e nazionali che qualcosa non andasse. Lo si era evinto con l’avanzata di personaggi che si definiscono di ultradestra, anti-migranti, nazionalisti, finanche filorussi e antieuropeisti. In principio l’Ungheria di Orbán all’interno delle istituzioni europee era vista come una mosca bianca. Ora che a lui si sono aggiunti Kickl, Le Pen, Meloni, seppur in maniera più moderata chiaramente, il quadro, se di opera di può parlare, è (quasi) compiuto. Germania,Austria, Francia, Italia, e anche in Olanda nelle ultime elezioni europee diversi seggi erano stati conquistati dal partito Partij voor de Vrijheid, partito per la libertà, sempre di matrice nazionalista e populista. Un’Europa minata dall’interno in cui frammentazione politica e burocrazia fermano da tempo misure che ispirano quel cambiamento che tanti attendevano.
Ed è proprio così, che i nuovi partiti trovano spazio. I valori che li accomunano questi: ritorno alla tradizione, alla famiglia, ai valori religiosi, al protezionismo e alla re-imigrazione. Regole che spesso essi stessi non rispettano. Ed è proprio questo rifiuto della rigidità delle regole che li rende così attraenti per le piazze. Il popolo non vuole al governo il vertice di pochi, vuole poter tornare a dire la sua, questo i partiti sovranisti di estrema destra lo hanno capito bene. Basta favori ai soli noti, basta tasse, basta green deal, basta prezzi dell’energia alle stelle, basta immigrazioni, basta euro debole, basta inflazione, basta attentati per le strade. Si soffia sulle difficoltà, innegabili, che hanno colpito tanti settori a livello europeo. I pescatori, gli agricoltori, le fabbriche dell’automotive, settore chiave in Germania, la guerra. Troppa burocrazia che anziché aiutare con regole precise, ha appesantito chi aveva ancora un briciolo di speranza e voglia di fare. Se le ricordano bene gli elettori, le manifestazioni in piazza a Bruxelles con trattori e forze dell’ordine gli uni di fronte agli altri. Lì, allora come oggi, il popolo era presente. I grandi assenti erano quelle stesse istituzioni, e i loro rappresentanti, votati nelle precedenti elezioni arroccate nei loro palazzi. Mute al grido assordante del popolo. E allora l’unico strumento, oltre l’assenteismo, che pure ha macchiato diverse vittorie e risultati in tutta Europa, è quello del voto. Un voto di pancia più che di testa. Ma pur sempre un voto. Un voto di dissenso, di malessere, di nausea direbbe Sartre.
Musk, subito dopo la vittoria di Trump in America con lo slogan MAGA, Make America Great Again, ossia rendere l’America grande di nuovo, aveva ricondiviso e reso virale sui suoi social, X, il motto americano traslandolo in MEGA Make Europe Great Again, rendi l’Europa di nuovo grande quasi a voler indicare come, negli ultimi anni, così non fosse stato. A seguirlo in scia in Italia ci pensa Salvini che dai palchi dei patrioti inneggia: “Meno Europa, più Libertà” quasi che l’Europa sia fatta di catene invisibili da cui ora sia tempo di liberarsi per ritrovare la grandezza perduta.
Il “dividi et impera” e l’idea che un’Europa sgretolata e divisa in mille anime non possa combattere unita e con idee condivise, non serpeggia nel popolo del dissenso. L’approccio, piuttosto che quello del rifiuto di un imperatore che decida per gli altri, diventa quello della scelta di un buon “compagno di battaglie”, di un traghettatore, con il quale condividere gli obiettivi da raggiungere. È questo il nuovo approccio dei patrioti verso Trump, che si ritrova, fortuna sua, non più con un unico interlocutore forte ma con tanti frammentati followers in cerca di fama, potere e visibilità.
E allora la Germania si riscopre patriottica, Alice für Deutschland (Alice per la Germania) diventa allora lo slogan degli elettori della Weidel, una terribile assonanza con quel Alles für Deutschland (Tutto per la Germania) che risuona oggi più inquietante che mai.
La Weidel ha raggiunto l’obiettivo. Aveva deciso di cavalcare le difficoltà del popolo tedesco e di offrire loro spazio, e tempo. “Tempo per l’Afd, tempo per….” questa è stata la campagna che ha assicurato il voto del 20% dei tedeschi, più di 10 milioni di voti: “I tedeschi vogliono la normalità” diceva la Weidel in campagna elettorale. E’ tempo …tempo per il lavoro, per la sicurezza, per la libertà personale e individuale, tempo per la famiglia e la prosperità, tempo per offrire un futuro sicuro ai nostri figli, tempo per i produttori e contadini”. Insomma un contrasto forte e un’accusa dura verso i partiti al governo che hanno perso, a suo dire, il contatto con la realtà rispetto a chi invece quei problemi deve affrontarli ogni giorno.
Uno dei temi centrale che l’hanno portata a questo risultato è stata la sua battaglia all’immigrazione illegale. Alla domanda se intendesse combattere l’immigrazione illegale alzando un recinto, Zaun, (parlare di muro avrebbe rievocato altro…) la Wandel risponde patriotticamente che “sì è quello che chiunque dovrebbe fare per proteggere la propria popolazione”. Meno inclusione dunque, più confini, meno ponti e più barriere: questo il futuro che attende l’Europa o quel che ne rimarrà.
I patriottismi e i nazionalismi avanzano senza sosta e chiedono infatti “meno Europa e più libertà”: come conciliare allora questo slogan con quello che vorrebbe l’Europa grande di nuovo? Dubbi che restano ancora senza risposte.












