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“Se butti male… Finisce in mare!” è un progetto educativo di Legambiente e Corepla (Consorzio Nazionale per la raccolta, il riciclo ed il recupero degli imballaggi in plastica) che, quest’anno, ha coinvolto 40 scuole di Campania e Puglia. Il suo obiettivo è accrescere, tra gli studenti partecipanti, la consapevolezza delle conseguenze del proprio stile di vita sull’ecosistema marino, avviando una riflessione sul legame tra un corretta gestione dei rifiuti e la salute di mari e oceani.
Gli insegnanti, con l’ausilio di un’apposita guida, hanno organizzato attività e laboratori che hanno portato alla realizzazione di una vera e propria indagine scientifica sul beach litter, ossia i rifiuti che si trovano sulle spiagge. I ragazzi sono stati i protagonisti di una vera e propria ricerca grazie al monitoraggio sulla quantità e la tipologia di rifiuti trovati, sperimentando quella che è definita citizen science.
Sono state quindici le spiagge monitorate nelle due regioni, per una superficie complessiva di 35.850 metri quadrati: in totale è stata trovata una media di 1.136 rifiuti ogni 100 metri lineari di spiaggia. In particolare, in Puglia, sono stati 7 i luoghi prescelti, in cui sono stati registrati 7.283 rifiuti, con una media di 1.040 oggetti ogni 100 metri lineari).
Ma quali sono stati gli oggetti più trovati? Questa è la triste Top 10 che testimonia quanto ancora sia necessario promuovere queste campagne di sensibilizzazione. Infatti la maggior parte dei rifiuti sfugge a una corretta gestione, proviene dagli scarichi non depurati, dall’abitudine di utilizzare i wc come una pattumiera, ma anche dalla scorretta o mancata gestione dei rifiuti domestici (in pratica non sappiamo ancora come si fa la raccolta differenziata).
Buste, shopper e buste nere per l’immondizia

Al decimo posto della classifica troviamo le buste di plastica, che costituiscono il 2,8% del totale dei rifiuti censiti dalle scolaresche. Nonostante i loro sostituti biodegradabili, questi sacchetti disturbano ancora l’equilibrio dell’ambiente marittimo, mettendone in pericolo gli abitanti. Per biodegradarsi impiegano dai 100 ai 1.000 anni.
Credits: foto di Ben Kerckx da Pixabay
Materiale da costruzione

Con il 3,2 % ritroviamo in penultima posizione i materiali da costruzione. Come andrebbero smaltiti, invece di essere depositati sulle nostre spiagge? Gli scarti di costruzione e demolizione sono rifiuti speciali, che devono essere separati dalle altre tipologie di rifiuto. Sono raggruppati all’interno del codice CER (Catalogo Europeo Rifiuti) 17 e, a loro volta, suddivisi in sottoclassi a seconda della loro natura. Oltre allo smaltimento, esiste anche un’altra via: il riciclo, risultato dei progressi nella ricerca degli ultimi anni e regolato da precise normative.
Credits: foto di Michael Gaida da Pixabay
Bicchieri, cannucce, posate e piatti di plastica

Corrisponde a 4,6 la percentuale riferita a bicchieri, cannucce, posate e piatti di plastica. Sono l’effetto dell’inciviltà e della mancanza di rispetto per l’ambiente di tantissimi cittadini. Con più educazione e comprensione dei problemi legati all’inquinamento, il lavoro dei volontari che ogni anno cercano di ripulire i lidi da questi oggetti, prima e dopo la stagione estiva, sarebbe più che dimezzato. Ricordate: questo tipo di rifiuto impiega dai 100 ai 1.000 anni per biodegradarsi.
Credits: foto di flockine da Pixabay
Reti o sacchi per mitili e ostriche

Le cosiddette “calze” sono reti in plastica utilizzate nella mitilicoltura e minacciano la salute dei nostri mari e di chi li abita. Secondo uno studio ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) – Legambiente, nel 43% delle spiagge italiane monitorate, queste retine sono fra i rifiuti spiaggiati più frequenti, soprattutto in prossimità degli impianti di produzione. I loro tempi di degradazione sono superiori ai 200 anni. Dalle analisi condotte è anche emerso che la maggior parte di queste reti è costituita da polimeri termoplastici come polietilene e polipropilene, materiali per la gran parte riciclabili in nuovi oggetti commercializzabili. Proprio in questi giorni l’ENEA ha reso noto di aver sviluppato un processo per il trattamento e il riciclo di questi rifiuti, che permetterà di trasformarli in nuovi oggetti o di reinserirli nell’ambito della stessa filiera produttiva, evitandone lo smaltimento in discarica. Ne conseguirà una riduzione dell’impatto ambientale e risparmi su tempi e costi di produzione.
Credits: foto di Britta van Elk da Pixabay
Bottiglie e contenitori di plastica per bevande

Al sesto posto ci sono bottiglie e contenitori di plastica per bevande con il 5,9%. Secondo la direttiva approvata recentemente dal Parlamento europeo, il 90% delle bottiglie di plastica dovrà essere raccolto e riciclato dagli Stati membri entro il 2029. Le nuove bottiglie dovranno essere prodotte con almeno il 25% di materiale riciclato entro il 2025 e con il 30% entro il 2030.
Credits: foto di flockine da Pixabay
Polistirolo

A pari merito con le bottiglie, c’è il polistirolo (pezzi da 2,5 cm a 50 cm). Un contenitore prodotto con questo materiale ci impiegherà 50 anni per degradarsi. Anche in questo caso, però, ci sono novità positive: in occasione di Slow Fish, iniziativa di Slow Food che si sta tenendo a Genova, dal 9 al 12 maggio, Eataly ha dichiarato che sostituirà le casse in polistirolo per conservare ed esporre i prodotti ittici con casse in polietilene riciclabili. Il contenitore, sviluppato con il consorzio nazionale Polieco, potrà essere riutilizzato e poi riciclato a fine vita.
Credits: foto di sipa da Pixabay
Cotton fioc

A un passo dal podio ci sono i cotton fioc, il 7,2% del totale dei rifiuti. Anche per questi rifiuti, forse, si è giunti a una soluzione: dal primo di gennaio di quest’anno è entrato in vigore, in Italia, il divieto di produrre e vendere cotton fioc con il bastoncino di plastica. I prossimi saranno biodegradabili e compostabili.
Credits: foto di kropekk_pl da Pixabay
Tappi, coperchi e anelli di plastica

Terzo posto per tappi, coperchi e anelli in plastica (7,5%). Se raccolti e portati negli appositi centri, possono essere lavorati e riutilizzati per produrre cassette per la frutta, bancali per trasporto, materiali plastici per l’edilizia e anche i paraurti di alcuni veicoli.
Credits: foto di Blisko_Przyrody da Pixabay
Mozziconi di sigarette
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Fanno male all’ambiente come a chi le fuma: sono le sigarette, i cui mozziconi costituiscono il 9,7% del totale dei rifiuti trovati dai ragazzi del progetto “Se butti male… Finisce in mare!”. Il loro tempo di biodegradabilità? Un anno.
Credits: foto di Wolfgang Eckert da Pixabay
Plastica (frammenti delle dimensioni comprese tra i 2,5 cm e i 50 cm)

Al primo posto non potevano che esserci pezzi di plastica (10,7%), rifiuti che sono il risultato della frammentazione di oggetti in plastica non più riconoscibili. Diventeranno probabilmente microplastiche. Tra le conseguenze della presenza di quest’ultime negli ecosistemi acquatici ci sono l’ingestione da parte di animali che procura una sensazione di falsa sazietà per cui non provvederanno a nutrirsi; il bioaccumulo nella rete alimentare; tossicità per adsorbimento delle sostanze inquinanti presenti nell’ambiente e per gli additivi contenuti nella plastica; trasporto di specie aliene che viaggiano con i frammenti.
Credits: Provincie Limburg/ Alf Mertens [CC0] via Wikimedia Commons












