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Il 12 settembre, l’America del Nord e quei pugliesi sul tetto del mondo

Che sia Città del Messico o New York, poco importa. E neppure ci interessa se la lingua parlata sia uno spagnolo “d’importazione” o un inglese molto annacquato dalle periferie del mondo.

Nel “non più tanto” Nuovo Continente gli sportivi pugliesi aspettano il 12 settembre per immortalare l’istante in cui raggiungono lo zenit della propria carriera agonistica. Poco importa il gesto, la firma sul guestbook della storia: che sia il busto piegato in avanti per scartavetrare dal cronometro qualche millesimo di secondo in più o il secondo, decisivo, contatto fra palla gialla e suolo dopo una volèe da urlo.

19”72 è stato per 17 anni il Pi greco dell’atletica leggera. Il tempo con cui Pietro Mennea da Barletta ha ibernato, il 12 settembre 1979, il cronometro della decima edizione delle Universiadi è stato per quasi due decadi croce e delizia dei soloni del mezzo giro di pista.

C’è voluta l’insolita tecnica di Micheal Johnson per abbattere un muro insormontabile, prodigio frutto delle condizioni ambientali favorevoli di Città del Messico, certo, ma soprattutto dell’incredibile concentrazione di abnegazione, spirito di sacrificio e talento rappresentato dalla Freccia del Sud.

Slam made in Puglia. 26 anni dopo, qualche parallelo più in su, ecco ardere ancora una volta il fuoco pugliese in terra nord-americana. All’appuntamento con la storia si presentano le esperte Flavia Pennetta e Roberta Vinci, in grado di deliziare gli amanti del tennis e giocare il game più bello della loro carriera nonostante il dato anagrafico le voglia oggi, 12 settembre 2015, protagoniste della finale del Grande Slam con la più alta età combinata – 66 anni e 19 anni in due – dell’era Open.

Ci arrivano dalla periferia del mondo del tennis, dall’Italia rosa che – al di fuori dei suoi successi in Fed Cup – ha vinto il primo Slam “solo” 5 anni fa con Francesca Schiavone a Parigi e che oggi, per la prima volta nella storia, si gode una finale prestigiosa a tinte esclusivamente tricolori.

Ci arrivano dalla Puglia, la regione che le ha cullate quando racchetta e pallina erano solo un divertimento alternativo a bambole e mare. Ci arrivano dopo anni in cui la fisicità di Pennetta e l’ossessione della rete di Vinci si sono incrociate più volte, come avversarie o compagne di squadra, come amiche o rivali.

La finale di stasera donerà allo sport italiano e pugliese un nuovo, memorabile, 12 settembre oltre oceano. Passione, dedizione, testardaggine. Il sangue di Puglia porta con sé questi valori, incisi a fuoco nelle origini contadine e nella tradizione popolare. Arriviamo lontano, scaliamo vette che ci paiono lontane e ci togliamo il gusto di guardare tutti dall’alto. Del resto Gutta cavat lapidem (la terra perfora la pietra), a queste latitudini, è diventato La gocce à la rocce: «Timbe nge vòle, ma te fazzeche u bbuche»

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Lino Castrovilli
Lino Castrovilli
Laureato in Scienze della comunicazione, vive una condizione mentale-lavorativa a suo dire schizofrenica: cerca con insistenza di unire in un’unica professionalità il suo amore per il web e la scrittura. Ama la Puglia e per questo, nonostante le difficoltà ha deciso di restare qui.

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