HomeCultura"Musiche Corsare" all'arrembaggio con due straordinari concerti a Bari

“Musiche Corsare” all’arrembaggio con due straordinari concerti a Bari

Si è conclusa con successo l’ultima edizione di “Musiche Corsare”, una minirassegna di quattro appuntamenti inserita nella stagione di “Nel gioco del jazz”. Dopo i successi scontati dei concerti di Steve Coleman e Scott Hamilton che hanno registrato il sold out, sul palco del Teatro Forma di Bari è arrivato il contrabbassista salentino Marco Bardoscia con il suo progetto “Legnomadre”. Si tratta di un omaggio alla natura, agli alberi in particolare, come il precedente album, “The future is a tree” del 2020: il legno inteso come elemento vitale e vibrante (in tutte le orchestre ci sono ‘i legni’). Per l’occasione il noto trio di Bardoscia, con William Greco al pianoforte e Dario Congedo, si è allargato a quintetto, con il percussionista Simone Padovani e Gabriele Mirabassi, uno dei migliori e navigati clarinettisti italiani.

Quelli che sostengono che la qualità non fa rima con successo questa volta hanno avuto ragione: il pubblico barese ha snobbato l’evento. Come quasi sempre succede, i concerti disertati sono proprio quelli migliori; e, come sempre succede, gli assenti sono i sicuri perdenti. Bardoscia elabora la sua passione per la musica afroamericana (intendendo America del Nord e del Sud) in un jazz cameristico denso di lirismo e tessiture ritmiche: è una fusione armonica (contaminazione?) di musica mediterranea,  brasiliana, cubana e jazz. Il ‘suo’ contrabbasso ha un suono corposo ma sempre agile.

In quintetto la musica si è arricchita di colori timbrici senza perdere di vista finalità ed equilibri. E se le percussioni hanno marcato le note sudamericane con folate ritmiche, il clarino accademico di Mirabassi ha apportato classe ed eleganza; il pianoforte di Greco ha prodotto jazz ispirato di grande pregio.

In “Legnomadre” i silenzi si fanno musica dell’anima, “Abitare poeticamente il mondo” è una meditazione nella natura; “Sequoia” è uno stupendo dialogo fra pianoforte e contrabbasso; “Palo Santo” è un tripudio di colori con un Mirabassi strepitoso, straordinario  nei virtuosismi.

“Non mi reputo un jazzista puro, e nemmeno mi interessa esserlo” dice di sé Marco: infatti per noi è un ‘musicista’ puro”. Il concerto è stato dedicato alla memoria di Muzio Petrella, grande e famoso musicista barese scomparso tragicamente qualche giorno fa.

Ma chi meglio di Raffaele Casarano, anche lui salentino, poteva chiudere la rassegna, quest’anno dedicata a Marco Polo a 700 anni dalla morte!? Se Marco Polo era un esploratore di terre mai visitate dagli occidentali, Raffaele esplora mondi sonori, spostandosi geograficamente (e culturalmente) dalle coste del Salento, “terra di confine e di accoglienza”, nell’area del Mare Nostrum fino alla Tunisia, per poi risalire su in Norvegia. In tutto ciò sembra non esserci nesso e coerenza di stile, ma provate ad ascoltare il suo ultimo lavoro discografico, “Anì live” uscito lo scorso anno per la Tuk Music di Paolo Fresu, e resterete stupiti da pura bellezza.

Sicuramente  il disco è fra i più belli del 2023: ci sono voluti tre anni per portarlo a compimento e in un primo momento Raffaele aveva fatto da solo suonando tutti gli strumenti. Poi ha pensato di chiamare e coinvolgere amici (Mirko Signorile al pianoforte, Gianluca Aceto al basso, Marco D’Orlando alla batteria, Alessandro Monteduro alle percussioni, il tunisino Dhafer Youssef all’oud, più il rapper americano M1, il polistrumentista Bonnot, Walter Buonanno). Se il disco dura poco più di mezz’ora sul palco è tutta un’altra musica. Si comincia con la meditativa “A piedi nudi”: fiato sospeso in attesa di qualcosa che sta per arrivare; la ripetitiva “Fight Back” dai ritmi metropolitani e dai toni malinconici; la magnifica “Festa” che ingloba una sorta di danza araba, o comunque orientale. Le atmosfere si dilatano a cercare orizzonti sconfinati, meravigliosi e irraggiungibili: i paesaggi algidi e contemplativi dei Paesi nordici, simili a quelli descrittivi di Ian Garbarek. Ma il tempo si arresta quando parte “Trance in Space”: l’esplorazione di Casarano decolla nello spazio cosmico per una riflessione dalle origini antiche. La dimensione si fa spirituale, virtuale, indefinita. E’ anche un viaggio nell’anima.

I musicisti sono tutti in uno stato di grazia straordinario: Raffaele che si divide fra un synth e i suoi sax, tenore e soprano, dipinge sontuose sonorità sulle tessiture ritmiche di D’Orlando, eccellente batterista di grande personalità; Signorile, dà profondità, concretezza e infonde una ispirata liquidità poetica. Ma non tutto è perfetto, proprio come ciò che viene dal cuore quando l’emozione di pochi diviene l’emozione di tutti. E arriva il momento di Dhafer e dell’oud, o liuto arabo, strumento orientale a corde con un suono fra la chitarra e il mandolino, la cui origine pare risalga all’antica Mesopotamia.

Dhafer ha una voce che sa di ancestrale, che lui usa come strumento, portandola a intensità alte fino a lasciare all’inserimento del sax soprano di Raffaele. Cosa ancora più straordinaria l’oud si adatta meravigliosamente al jazz in maniera insospettabile. D’altra parte il musicista tunisino ha inciso anche un disco suonando con Herbie Hancok, Marcus Miller, Dave Holland. Il suo intervento si limita a “To Fly” e “Malaspina”, due pezzi che lasciano stupefatti e affascinati per la profonda emozione che emanano: una bellezza senza fine. “Anita” è un delicato inno alla vita in genere.

La conclusiva “Preghiera in mare” è un blues da piangere, dedicata alle vittime dei naufragi, una triste cantilena cantata in coro dal pubblico.

Il migliore concerto dall’inizio dell’anno sulla scena barese.

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